giovedì 1 marzo 2012

Il Quotidiano Osservatore Romano del 2 marzo 2012


Lettera della Congregazione per le Chiese Orientali in occasione della tradizionale colletta

Al fianco dei cristiani in Terra Santa


In occasione dell'annuale Colletta per la Terra Santa, la Congregazione per le Chiese Orientali ha indirizzato in questo tempo di Quaresima una lettera ai vescovi di tutto il mondo. Il documento - firmato dal cardinale prefetto Leonardo Sandri e dall'arcivescovo segretario Cyril Vasil'- raccomanda il sostegno della Chiesa universale ai cristiani d'oriente, che portano la responsabilità di custodire i luoghi delle origini della nostra fede e ancor più di essere essi stessi i testimoni viventi di quelle origini. Il giorno scelto dai Pontefici per l'importante iniziativa di fraternità è il Venerdì Santo. Le singole diocesi potranno trovare altri momenti consoni ad esprimere la possibile sollecitudine verso la Chiesa latina e le altre Chiese cattoliche orientali operanti nella Terra della Redenzione. È un dovere di gratitudine a Cristo e alla Chiesa collaborare perché la celebrazione dei misteri della salvezza sia garantita là dove ebbe inizio l'annunzio del Vangelo.
L'attesa quaresimale della Pasqua del Signore è una occasione propizia per sensibilizzare l'intera Chiesa Cattolica a favore della Terra Santa, promuovendo particolari iniziative di preghiera e di carità fraterna. Rivolgo, perciò, un cordiale invito a tutte le comunità ecclesiali affinché si pongano al fianco dei cristiani di Gerusalemme, Israele e Palestina, come dei Paesi circostanti, Giordania, Siria, Libano, Cipro, Egitto, i quali compongono insieme quella Terra benedetta. Il Figlio di Dio fatto uomo, dopo averla attraversata per annunciare il Regno ed aver confermato la parola con prodigi e segni (cfr. At 2, 22), è salito alla Santa Città per immolare Sé stesso: ha patito, è morto sulla Croce, è risorto e ci ha donato lo Spirito. Da allora ogni cristiano ritrova se stesso in quella Città e in quella Terra. Ciò è possibile perché ancora oggi i pastori posti dal Signore Gesù vi raccolgono i fratelli e le sorelle nella fede a celebrare l'amore di Colui che "fa nuove tutte le cose" (Ap 21, 5).
La Congregazione per le Chiese Orientali ricorda ai vescovi del mondo intero la costante richiesta di Papa Benedetto XVI affinché sia generosamente sostenuta la missione della Chiesa nei Luoghi Santi. È una missione specificamente pastorale, ma nel contempo offre a tutti indistintamente un encomiabile servizio sociale. Così cresce quella fraternità che abbatte le divisioni e le discriminazioni per inaugurare sempre di nuovo il dialogo ecumenico e la collaborazione interreligiosa. Ciò costituisce un'ammirevole opera di pace e di riconciliazione, tanto più necessaria oggi, preoccupati come siamo col Santo Padre "per le popolazioni dei Paesi in cui si susseguono tensioni e violenze, in particolare la Siria e la Terra Santa" (Discorso agli Ambasciatori presso la Santa Sede, 9 gennaio 2012). Ed anche in seguito Sua Santità ha pregato accoratamente per la Siria, rinnovando "il pressante appello a porre fine alla violenza... per il bene comune dell'intera società e della Regione" (Angelus, domenica 12 febbraio 2012).
Il giorno che i Sommi Pontefici hanno scelto per la Collecta pro Terra Sancta è il venerdì che precede la Pasqua, anche se ogni comunità potrà scegliere altra opportuna circostanza per proporre ai fedeli la solidale iniziativa. Il Venerdì Santo quest'anno sembra interpretare ancor più le necessità dei pastori e dei fedeli, le quali sono racchiuse nelle sofferenze di tutto il Medio Oriente. Per i discepoli di Cristo le ostilità sono il pane quotidiano che alimenta la fede e talora fanno risuonare l'eco del martirio in tutta la sua attualità. L'emigrazione cristiana è acuita dalla mancanza di pace, che tenta di impoverire la speranza, mutandosi nella paura di essere soli davanti ad un futuro che sembra non esistere se non come abbandono della propria patria. Come per l'evangelico chicco di frumento (cfr. Gv 12, 24), la fatica dei cristiani di Terra Santa prepara senz'altro un domani di bene, ma chiede oggi di sostenere scuole, assistenza sanitaria, necessità abitative, luoghi di aggregazione e tutto quanto ha saputo suscitare la generosità della Chiesa. Quanta fede scopriamo nei giovani, desiderosi di testimoniare le beatitudini, amando i loro Paesi nell'impegno per la giustizia e per la pace con i mezzi della non violenza evangelica. Quanta orgogliosa fede, quanta fermezza, ci viene trasmessa da chi proferisce parole di riconciliazione e di perdono, sapendo di dover rispondere in tal modo alla violenza e talora al sopruso.
Abbiamo il dovere di restituire il patrimonio spirituale ricevuto dalla loro millenaria fedeltà alle verità della fede cristiana. Lo possiamo e lo dobbiamo fare con la nostra preghiera, con la concretezza del nostro aiuto, con i pellegrinaggi. L'Anno della Fede, nel cinquantesimo del concilio Ecumenico Vaticano II, fornirà motivazioni singolari per muovere i nostri passi verso quella Terra, peregrinando ancor prima col cuore tra i misteri di Cristo in compagnia della Santa Madre del Signore. Il prossimo Venerdì Santo, attorno alla Croce di Cristo, ci sentiremo insieme a questi nostri fratelli e alle sorelle: la solitudine che talora si affaccia fortemente nella loro esistenza sia vinta dalla nostra fraternità. Ed essi possano proclamare nella serenità del corpo e dello spirito che "Gesù è il Signore" (At 11, 20), affinché "la porta della fede" (At 14, 27) continui a spalancarsi proprio da quella Terra ad assicurare il perdono e la bontà di Dio per l'intera famiglia umana.
La nostra Congregazione si fa portavoce della gratitudine che Papa Benedetto XVI esprime ai pastori, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai giovani e a quanti si prodigano per la Terra di Gesù. Ed è sicura di interpretare il grazie della Diocesi patriarcale di Gerusalemme, della Custodia Francescana e delle locali Chiese Orientali Cattoliche.
Con l'augurio migliore nella gioia del Signore Crocifisso e Risorto.


(©L'Osservatore Romano 2 marzo 2012)
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La svolta del regime comunista collegata alla promessa di aiuti alimentari

La Corea del Nord accetta
una moratoria sul nucleare


PYONGYANG, 1. Positivi segnali di disgelo a nord del 38º parallelo. Con una decisione che potrebbe innescare una vera e propria svolta nei rapporti con l'Occidente e più in generale con la comunità internazionale, la Corea del Nord ha accettato ieri la sospensione di test nucleari, lancio di missili a lungo raggio e arricchimento dell'uranio nell'impianto di Yongboyn, il cuore del programma nucleare del regime comunista di Pyongyang, dando inoltre il via libera all'ingresso degli ispettori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea). Il sì alla moratoria - in un Paese dove circa la metà dei 25 milioni di abitanti soffre la fame - è stato sbloccato dall'impegno di Washington all'invio di consistenti aiuti umanitari per l'isolato regime del presidente Kim Jong Un che, a sole due settimane dalla sua presa del potere, sembra così voler condurre il regime comunista fuori da quel cono d'ombra diplomatico in cui da anni è avvolto.
La moratoria secondo il ministero degli Esteri di Pyongyang è legata a una precisa richiesta degli Stati Uniti ed è tesa a "mantenere un'atmosfera positiva" in quelli che vengono descritti come colloqui bilaterali "di alto-livello" con Washington. E gli Stati Uniti - ha precisato il ministero nordcoreano - in cambio della moratoria hanno promesso di fornire 240.000 tonnellate di aiuti alimentari con la prospettiva di intensificare il loro apporto e di dare priorità, una volta ripresi i colloqui a sei, allo stop alle sanzioni contro il regime.
La decisione di Pyongyang apre un cruciale spiraglio per la ripresa dei negoziati sul disarmo nordcoreano con Corea del Sud, Stati Uniti, Giappone, Russia e Cina. Colloqui che il regime comunista abbandonò nell'aprile del 2009, facendo ripiombare la questione nel silenzio. "Spero che l'impegno espresso dalla Corea del Nord a intraprendere alcuni passi iniziali sarà attuato attraverso la denuclearizzazione della penisola": così si è espresso il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, in una nota diffusa al Palazzo di Vetro. L'ex ministro degli Esteri sudcoreano considera incoraggiante la ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Corea del Nord e si compiace dei progressi registrati dopo i recenti colloqui a Pechino. Ban Ki-moon incoraggia le parti interessate a intensificare i loro sforzi per risolvere le questioni in sospeso con mezzi pacifici, sottolineando tuttavia l'urgenza di soddisfare al più presto le esigenze umanitarie delle fasce di popolazione più vulnerabili del Paese.
La Casa Bianca considera la moratoria nucleare nordcoreana come "un primo positivo passo", davvero benvenuto ma che "deve essere seguito da azioni concrete". "Si tratta certamente di uno sviluppo notevole, ma abbiamo bisogno di concentrarci su azioni, come pure gli accordi", ha affermato il portavoce Jay Carney. Giappone e Corea del Sud danno il benvenuto all'annuncio sulla moratoria nucleare decisa dalla Corea del Nord. Per Tokyo si tratta di un passo importante, mentre Seoul auspica che Pyongyang faccia ulteriori progressi nei colloqui sul disarmo. Anche il ministero degli Esteri cinese ha espresso oggi in un comunicato la sua soddisfazione per la decisione della Corea del Nord sulle sue attività nucleari e la contestuale ripresa degli aiuti alimentari americani. La Cina "si congratula per il miglioramento delle relazioni tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti e per il loro contributo al mantenimento della pace nella penisola coreana". Dal canto suo, la Russia ha accolto favorevolmente la decisione di Pyongyang di sospendere gli elementi chiave delle sue attività nucleari, definendo l'accordo con gli Stati Uniti un passo avanti verso una ripresa dei colloqui a sei.


(©L'Osservatore Romano 2 marzo 2012)
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L'asta Bce per il rifinanziamento delle banche

Boccata di ossigeno
per il credito


FRANCOFORTE, 1. Esito superiore alle attese per la seconda asta di rifinanziamento a tre anni indetta ieri dalla Banca centrale europea (Bce). Oltre ottocento istituti hanno ottenuto circa 530 miliardi di euro: una boccata di ossigeno per il sistema creditizio. Segno che Francoforte ha capito la lezione della Fed di Bernanke e agisce in maniera sempre più decisa contro la crisi globale.
Il prestito triennale illimitato, offerto da Francoforte alle banche europee al tasso agevolato dell'un per cento, ha totalizzato ieri 529,5 miliardi, superando i 490 miliardi di dicembre. Un quarto dei fondi è andato alle banche italiane, capitanate dalla maxi-sottoscrizione (24 miliardi) di Intesa Sanpaolo. È stata una "pioggia di denaro" che - secondo gli esperti - potrebbe evitare una stretta creditizia di lungo periodo. Negli auspici, la seconda Long-Term Refinancing Operation della Bce dovrebbe rilanciare il credito all'economia, favorire la patrimonializzazione delle banche e dare respiro ai titoli di Stato. Molte banche, messo al sicuro il funding per i prossimi mesi, possono ora impiegare le risorse per sottoscrivere bond governativi, che poi tornano alla Bce a garanzia di ulteriore liquidità. Un'operazione che genera ampi margini d'interesse e che - negli auspici di Francoforte - mira anzitutto a rafforzare il capitale. L'iniezione netta delle due aste è stata di 520 miliardi (vanno sottratti i fondi rientrati a scadenza alla Bce). Con la mossa di ieri la liquidità in eccesso nel sistema bancario europeo sfonda ogni record attestandosi a 850-900 miliardi (stima Reuters), cifra che mette le misure di Francoforte sullo stesso piano di quelle dispiegate dalla Federal Reserve americana.
Sulla scia del successo della prima operazione, riconosciuto anche se con ritardo da mercati e autorità (l'Euribor, il prezzo al quale le banche si scambiano denaro senza copertura di garanzie, è sceso sotto l'un per cento per la prima volta in tredici mesi), la seconda operazione ha attratto 800 banche, in deciso aumento dalle 523 di dicembre. Merito dell'ampliamento della platea delle garanzie che la Bce ha deciso di accettare per favorire l'accesso degli istituti di credito minori, e facilitare il credito alle piccole e medie imprese. A partecipare sono state soprattutto le banche più piccole.
A differenza della prima tornata trapela inoltre una partecipazione ampia da parte di Paesi tutt'altro che sotto stress da debito. L'Italia si conferma in prima linea: dai circa 116 miliardi aggiudicati a dicembre, le banche italiane hanno alzato a ben 139 miliardi - un quarto del totale - l'incasso di fondi Bce di febbraio. Con un bilancio Bce lievitato a livelli record, la palla passa ora ai Governi. Chiamati a risanare i rispettivi bilanci e rilanciare la crescita rendendo le economie più dinamiche.
Al momento - dicono gli analisti - la Bce non ha in mente nuove operazioni di prestiti a tre anni, anche se nulla è del tutto escluso: tutto dipende dall'evoluzione dello scenario economico. Le due operazioni di rifinanziamento sono sempre state votate all'unanimità da parte del Consiglio direttivo. Di recente, però, è sorto qualche dissenso da parte della Bundesbank, che non ha mancato di sottolineare i rischi di condizioni troppo generose nei prestiti alle banche. Resta quindi ancora da capire quali saranno le successive mosse di Francoforte. In effetti, come recita ogni mese il presidente Draghi, "l'incertezza è elevata".


(©L'Osservatore Romano 2 marzo 2012)
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Migliaia di libri e documenti di valore inestimabile distrutti nel rogo dell'Istituto d'Egitto

Duecento anni di cultura
ridotti in cenere



di ROSSELLA FABIANI
Milioni di pagine di volumi antichi sono bruciati davanti agli occhi allibiti e smarriti dei passanti. E un patrimonio librario inestimabile è andato perso per sempre. Durante gli scontri che per giorni hanno sconvolto la città del Cairo, le fiamme hanno avvolto anche il palazzo che ospitava il celebre Istituto d'Egitto voluto e fondato da Napoleone Bonaparte. Dal 1798 le sue sale hanno accolto studiosi provenienti da tutto il mondo che sapevano di poter leggere nella ricchissima biblioteca documenti introvabili altrove.
I giornali stranieri ne hanno dato notizia denunciando - come ha fatto "Liberation" - la gravità di quanto è accaduto e riportando le assicurazioni del Governo che prometteva di trovare e di dare la giusta punizione ai colpevoli. Parole rimaste senza seguito, finora.
Ma al di là degli interrogativi le cause e le responsabilità di questo scempio - nessuno si spiega come mai l'intervento dei vigili del fuoco, che hanno la loro caserma nel palazzo del Mogamma proprio di fronte all'istituto dall'altro lato della strada, sia arrivato dopo circa un'ora - quello che resta adesso è soltanto un cumulo di macerie e di libri bruciati. Un numero incalcolabile di documenti, di ricerche, di studi e di volumi che erano stati compilati e raccolti in più di duecento anni che sono ridotti in cenere e che nessuno potrà mai più ricostruire.
È una perdita comparabile a quella provocata dal grande incendio che distrusse nel 642 la celebre biblioteca di Alessandria. Quel rogo fu appiccato per ordine del califfo Omar dalle truppe arabe che avevano appena conquistato l'Egitto. Su quello del Cairo si possono avanzare soltanto dei sospetti.
Napoleone aveva deciso ancora prima d'imbarcarsi sull'Orient, la nave che lo portò ad Alessandria, prima tappa della sua spedizione, di fondare un istituto - sul modello dell'Istituto Nazionale di Francia di cui lui stesso era membro - formato dalle menti eccellenti dell'epoca. Al di là delle ragioni strategiche della campagna coloniale napoleonica (1798-1801) - un'impresa militare e scientifica simile soltanto a quella di Alessandro Magno in Asia - l'antica terra dei faraoni diede poi un lustro e una fama insperata alla terra di Francia. Roma vinse su Atene ma fu conquistata culturalmente dai greci; anche i francesi vennero conquistati dalla conoscenza e dalle antichità egizie.
Subito, una volta arrivato al Cairo dopo la famosa Battaglia delle Piramidi del 21 luglio 1798, Napoleone incaricò due dei tanti scienziati che aveva portato con sé - il chimico Claude Louis Berthollet e il fisico Gaspard Monge - di dare vita a quello che sarebbe diventato l'Istituto d'Egitto.
I due scelsero il grande palazzo di Hassan Kashif e il giardino di Qassim Bey come sede principale dell'istituto che era diviso tra vari villini in uno dei più eleganti quartieri del Cairo presso Bulaq, vicino al Nilo, circondato all'epoca da sontuosi parchi e laghi artificiali. Berthollet e Monge scelsero anche i primi membri e ne approvarono lo Statuto che Napoleone firmò il 22 agosto 1798.
È da quel momento che comincia la vita dell'istituto. La prima riunione si tiene il giorno dopo: Monge viene eletto presidente, Napoleone conserva per sé la carica di vicepresidente. L'incontro ha luogo proprio nel palazzo di Hassan Kashif, che allora si trovava ancora nel quartiere di El-Nasria (poi diventato Scuola Sanieh) e l'evento è immortalato in uno schizzo di Jean Protain. Molti dei personaggi sono riconoscibili, anche perché un altro artista che prese parte alla spedizione, André Dutertre, fece in seguito il ritratto di quasi tutti i membri dell'istituto.
Oltre a Napoleone, si possono riconoscere Nicolas Conté con la benda sull'occhio, il generale Caffarelli con la gamba di legno, come pure Fourier, Dolomieu il più alto, Monge, Berthollet, Louis Costaz con gli occhiali e Protain stesso seduto in fondo alla stanza che disegna per immortalare la scena.
I campi di ricerca fissati dall'istituto furono organizzati in quattro sezioni: matematica, fisica (storia naturale e medicina), economia politica e letteratura e arti. Oltre a intellettuali e a studiosi egiziani, i membri provenivano per la maggior parte dalla Commissione delle Scienze e delle Arti, formata da ben 167 studiosi, che tutti, tranne sedici, parteciparono alla spedizione e che diedero poi vita alla celebre Description de l'Égypte, anch'essa bruciata dalle fiamme che hanno avvolto il palazzo.
Una volta arrivati al Cairo questi matematici, ingegneri, astronomi, naturalisti, geografi, architetti, pittori, artigiani, scultori, uomini di lettere, stampatori in caratteri latini, greci e arabi, si misero al lavoro producendo una quantità incredibile di documenti, animati da un entusiasmo e da una competenza che colpì profondamente gli uomini di cultura locali. Nicolas Conté, un inventore geniale, costruì ex-novo tutti gli strumenti persi nel naufragio del vascello Patriote che faceva parte della spedizione e costruì anche fabbriche per la produzione di polvere da sparo e di palle da cannone.
Il chimico Berthollet (inventore della candeggina) studiò la formazione della soda; lo zoologo Etienne Geoffroy Saint-Hilaire realizzò un piccolo zoo privato nel giardino di casa e iniziò uno studio sistematico dei pesci del Mar Rosso e del Nilo (scoprì il raro Polypterus bichir), ma ad appassionarlo furono le mummie degli animali e il culto a essi riservato nel periodo faraonico.
L'ornitologo Savigny partì in missione al lago Menzaleh dove studiò fenicotteri, avocette e aironi e descrisse per la prima volta la ninfea blu, mentre i geologi Guy-Sylvain, Dolomieu e Cordier studiarono il delta del Nilo.
Tanti furono gli studi in cui si lanciarono quel manipolo di sapienti e i loro successori e che erano conservati nelle sale dell'istituto: dai miraggi nel deserto ai laghi di sale, dall'anatomia dell'ibis sacro ai lavori sull'evoluzione del pensiero scientifico, dalle iscrizioni latine ritrovate ad Alessandria alle diverse tombe arabe del cimitero di Assuan, dalla composizione della popolazione in Egitto in epoca Saita all'iscrizione di Arsinoe Filadelfo sulla colonna pompea, dai papiri aramei scoperti a Hermopolis-Ovest a un trattato di agricoltura composto per un sultano yemenita del XIV secolo, dalla traduzione di iscrizioni funerarie cufiche ritrovate ad Alessandria al culto di san Giovanni Battista.
Raccogliere reperti, catalogare specie sconosciute ed esplorare rovine in parte sommerse dalla sabbia fu un'esperienza entusiasmante per gli studiosi dell'epoca. Costaz, alla guida di una delle due commissioni incaricate di studiare l'Alto Egitto che era ancora sconosciuto, analizzò le raffigurazioni delle tombe private che mostrano gli antichi attrezzi agricoli. Altri si concentrarono sulle abitudini, sul lavoro e sui costumi degli Egizi. Fourier, a capo dell'altra commissione in Alto Egitto, studiò i dipinti astronomici di alcuni monumenti. Il più celebre di tutti è quello del tempio di Dendera.
Libri, collezioni di manufatti di piccole dimensioni, papiri, minerali, reperti di flora e di fauna disegni e note, tutto era conservato nelle stanze dell'istituto. Questi lavori vennero in un primo momento pubblicati su vari giornali, ma presto fu creato un organo ufficiale dell'istituto: le "Mémoires sur l'Égypte". E molti suoi articoli finirono poi nella celebre Description de l'Égypte.
Un'avventura straordinaria perché la messe di scoperte, di studi e di rilevamenti compiuti da quegli uomini di scienza nel corso dei 38 mesi passati nella terra dei faraoni fu ricchissima e portò anche a nuove scoperte, compresa quella della Stele di Rosetta e dello Zodiaco di Dendera. Temerario, per l'epoca, fu il lavoro di due giovani ingegneri, Prosper Jollois e Edouard Villiers du Terrage, che avevano 22 e 19 anni e che si recarono in Alto Egitto sotto scorta militare. Avevano solide basi di disegno e misurarono tutti i principali templi. Quando nel 1801, l'Istituto d'Egitto cessò di esistere, gli studiosi che lo componevano continuarono i loro studi e le loro ricerche fino a che - siamo ormai nel 1836 - venne fondata l'Egyptian Society grazie al console britannico Walne. Indipendentemente dall'Egyptian Society, il Paese vide nascere nel 1842, l'Association Littéraire d'Egypte. Due uomini, l'inglese Henri Abbot e il francese Prisse d'Avennes si sono impegnati da soli a crearne le basi. Nel 1859, esattamente il 6 maggio, sotto la spinta del viceré d'Egitto, Mohammed Said Pascià, e per iniziativa di un gruppo di uomini di cultura tra i quali Jomard, sopravvissuto della Commissione delle Scienze delle Arti di Bonaparte, Mariette, Koenig, Schnepp, Pereira e altri, si costituì ad Alessandria l'Institut Egyptienne per continuare le tradizioni del suo predecessore, l'Istituto d'Egitto, e per continuarne l'opera. Lavorando in tutti i campi della scienza, delle arti e delle lettere, l'Istituto egiziano ebbe tra i suoi membri molti altri personaggi illustri.
Trasferito al Cairo, nel 1880, l'Istituto egiziano nel 1918 per decreto di sua altezza il sultano Ahmed Fouad, diventato più tardi sua maestà Fouad I, il re mecenate, riprese il suo titolo originario e divenne di nuovo l'Istituto d'Egitto.
Risistemato all'inizio degli anni Cinquanta, l'istituto teneva delle riunioni mensili regolari da novembre a maggio. Gli intellettuali egiziani e stranieri vi tenevano le loro conferenze che in tutti i campi dovevano costituire un apporto alla scienza e favorire la conoscenza. Negli anni Cinquanta, la biblioteca dell'istituto era già una delle più ricche d'Egitto: aveva 40 mila volumi, oltre alle pubblicazioni dei periodici. Era frequentata ogni giorno da un pubblico di studiosi e di ricercatori, sicuri di trovarvi una preziosa documentazione. L'istituto pubblicava un Bullettin Annuel e delle Mémoires. Il Bollettino comprendeva i testi delle conferenze e i resoconti delle riunioni.
Sia il Bollettino che le Memorie costituivano una base di scambio con le pubblicazioni di circa trecento altre società culturali di tutto il mondo. Per avere un'idea dell'importanza dei lavori realizzati quasi duecento anni fa, basti dire che quell'imponente materiale scientifico era ancora oggi oggetto di studio prima che le fiamme lo distruggessero. Aline Raynal, del Museo di Storia Naturale di Parigi, studia la biologia riproduttiva della Striga buchnera, una pianta parassita delle colture di cereali del Sahel, scoperta e descritta da Raffeneau-Delile, il ventiduenne botanico della spedizione. Leonard Ginsburg, del laboratorio di Paleontologia del Museo, studia le mummie dei gatti portate a Parigi per valutare le modificazioni dell'encefalo nel corso dell'evoluzione. Andrè Raymond, docente all'università di Provenza, ha potuto compiere studi sui quartieri di epoca fatimide del Cairo (969 - 1171) soltanto grazie a una mappa realizzata da Edme-Frannois Jomard, ingegnere-geografo della spedizione. Ma oggi di tutto questo tesoro d'informazioni rimane solo una montagna di cenere.


(©L'Osservatore Romano 2 marzo 2012)
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Storia e attualità dell'editoria religiosa in un libro-intervista al direttore della Libreria Editrice Vaticana

I giorni della locusta


Il profilo umano e professionale nonché la vasta esperienza editoriale di don Giuseppe Costa salesiano - giornalista, scrittore nonché specializzato in giornalismo in diverse università statunitensi e, dal 2007, direttore della Libreria Editrice Vaticana - sono raccontati da Maria Trigila nell'intervista Percorsi di editoria religiosa ed altro (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, pagine 72, euro 10) con prefazione di Giuliano Vigini. Ne pubblichiamo due stralci: il primo di carattere storico e il secondo dedicato all'attualità e alle prospettive future del libro religioso nel complesso universo dell'editoria.

Com'è cambiata la tipologia aziendale editoriale? Ha qualche esempio da segnalare che ha conosciuto?

In effetti ho numerosi esempi da segnalare e qualcuno anche storico. Incomincio dall'esperienza di Rienzo Colla deceduto nel 2009 a Vicenza. Era un editore abituato a discernere dattiloscritti e idee. La sua attività non è di facile classificazione e certamente, nel momento attuale, in cui si tende al ricavo a ogni costo, essa non rientra in nessuna tipologia di azienda editoriale. Eppure i conti gli tornavano sempre. Non faceva tirature alte, duemila copie al massimo. E poi eseguiva tutti i lavori: dal correttore di bozze al fattorino, all'impiegato che spedisce la posta, e così via.

Così in tempi di editoria senza editori, di editoria condizionata, in tempi in cui la tendenza porta all'accorpamento dei piccoli e medi editori, Rienzo Colla può sembrare una sorta di esperienza finita?

Non lo è. Incontrandolo si capiva immediatamente perché per fare libri, stamparli e anche venderli, prima servono le idee e poi il denaro. Essenziale per l'attività di Colla è stata soprattutto la presenza di don Primo Mazzolari, fino al punto che lo stesso don Primo sentirà addirittura il bisogno di scusarsi con i genitori di Colla, quasi lo avesse distolto da un'altra carriera e professione.

Quindi nel 1954 Colla iniziò la sua attività editoriale con un libro di Mazzolari?

Sì, La parola che non passa fu il primo libro de "La Locusta". Il nome fu preso a prestito dal cibo che, secondo il Vangelo, mangiava Giovanni il Battista.

Non sbagliamo se diciamo che l'assistenza e la consulenza di Mazzolari furono, nei primi anni, non solo incoraggianti ma essenziali alla vita della casa editrice?

Mazzolari ne fu indubbiamente la colonna portante non solo per l'ispirazione, il coraggio nelle scelte, quel piglio da avanguardia cattolica che la guidò fin dai primi passi, ma anche per l'importante e abbondante contributo dei suoi testi, che raggiungono quasi l'ottantina.

L'amicizia con don Primo Mazzolari per Colla significò anche un travaso della cultura e delle conoscenze mazzolariane.

È così che l'editore vicentino conobbe Simone Weil e altri appartenenti alla costellazione culturale francese. Valerio Volpini in occasione del trentennale dell'editrice ebbe a dire che nella storia de "La Locusta" c'è qualcosa di stranamente misterioso e paradossale: è il grano, il granello di senape, di cui parla il Vangelo; ma c'è anche la sollecitazione di Mazzolari a fare con generosità, con coraggio, con disponibilità e donazione assoluta. Io credo che se non ci fosse stato al fondo questo stimolo i problemi di carattere tecnico e finanziario, di programmazione e via discorrendo non avrebbero lasciato spazio al cammino, oggi più che trentennale, di un'editrice come "La Locusta".

Sfogliando il catalogo de "La Locusta" emerge il profilo di un'editrice che ha pubblicato testi rari per la nostra "piazza" culturale.

Rileggendo il suo indice, il catalogo, quei titoli, quei nomi sulle copertine bianche hanno, secondo me, assolto a un'operazione preziosa e urgente: restituire all'ecclesialità e, di riflesso, anche all'ecclesiologia che poi ne è maturata, in un processo ancora in atto, l'onore meritato. Uno sguardo al catalogo storico dell'editrice può darci anche un'idea concreta di ciò che "L'Osservatore Romano" del 23 agosto 1967 definì come una delle più intelligenti antologie del pensiero cattolico. La prima opera pubblicata fu La parola che non passa dello stesso don Primo Mazzolari. Vuoi perché don Primo si trovava in quel tempo in difficili relazioni con l'editoria tradizionale e istituzionale, vuoi per la disponibilità di Rienzo Colla, fatto sta che "La Locusta" con quasi ottanta titoli mazzolariani finirà col diventare la casa editrice di Mazzolari per antonomasia. II 12 febbraio 1954, in occasione della pubblicazione del suo volume, Mazzolari scrisse da Bozzolo, dove era parroco, una lettera a monsignor Zinato, vescovo di Vicenza, con cui accompagnava l'omaggio de La parola che non passa dicendo: "Un giorno l'avete fermata "d'autorità", senza neppure leggerla. E portava il regolare imprimatur della vostra curia. Ve ne scrissi allora, non per me, che sono abituato alle umiliazioni, ma per lo stampatore, che ci rimetteva parecchio senza colpa alcuna. Non mi avere risposto: e avete fatto bene se credete che un sacerdote perduto non meriti neppure la carità di una buona parola. Poi, il volume senza che io volessi, ha fatto la sua strada, e sento il dovere di presentarvelo. E un omaggio pulito e devoto: e se V. E. avrà la bontà di scorrerlo, troverà che l'amore alla Chiesa e la fedeltà ai suoi insegnamenti possono venir fuori incorrotti anche dal cuore e dalla mente del più povero prete, tanto più bisognoso d'equità e di benevolenza, quanto più grande è la sua povertà. Vi bacio la mano devotamente, don Primo Mazzolari".

Rienzo Colla ha dato così ampio spazio al libro religioso?

Sì. Dal 1955 in poi esce, sempre di Primo Mazzolari, Tu non uccidere che la rivista "Humanitas" defin' come "il più coraggioso libro contro la guerra apparso in Italia". Lo stesso anno il francescano Nazareno Fabbretti pubblica La sua parola e le nostre, una meditazione sui vangeli domenicali; viene poi tradotto Quel piccolo Ozanam di Henri Guillemin da Katy Canevaro. La stessa Canevaro, nel 1956, traduce sempre dal francese Preghiere del tempo della malattia di Stanislas Lyonnet. Nel 1957 viene presentata la prima Biografia in italiano di De Foucatild, fondatore dei Piccoli Fratelli di Gesù. Nello stesso anno è pubblicato La parrocchia di Primo Mazzolari a proposito del quale "L'Avvenire d'Italia" scrive: "Ci voleva un libro come questo per denunciare la crisi della parrocchia". L'anno successivo, è la volta di un libro di Divo Barsotti, il diario del viaggio in Terra Santa di un sacerdote che Carlo Bo definisce "uno degli spiriti più alti del nostro tempo". Nel 1959 David Maria Turoldo pubblica La parola di Gesù, mentre Valerio Volpini cura la pubblicazione di Un uomo solo di Georges Bernanos.

"L'Avvenire d'Italia" le definì le pagine peggiori di Bernanos.

Servirono soprattutto a rivelare il suo amore per la Chiesa: un amore tenerissimo, ma furibondo, l'amore di figlio libero e attivo, non di cortigiano calcolatore e supino.

"La Locusta" ha dedicato ampio spazio anche agli scritti di Jacques Maritain, Giuseppe Lazzati, Carlo Carretto.
Il 1962 si apre con un libro del futuro cardinale Giulio Bevilacqua, La parrocchia e i lontani, cui seguirono: Azione cattolica e azione politica di Giuseppe Lazzati e La fine del machiavellismo di Jacques Maritain. Nello stesso anno furono pubblicati: La virilità nella Chiesa del teologo Karl Rahner e La santità della povera gente, un dibattito fra padre Ernesto Balducci e fratel Carlo Carretto, che nel frattempo scrisse, a sua volta, Lettere dal deserto. Negli anni successivi, fino al 1970, troviamo, oltre a numerose pubblicazioni di don Primo Mazzolari, altri scritti di Divo Barsotti come Itinerario dell'anima a Dio; di Valerio Volpini Violenza anni '6o; di Charles Péguy Un uomo libero; di Léon Bloy Un cattolico credente e ancora volumi di Romano Guardini, Igino Righetti, Julien Green, Raimundo Panikkar, Ivan Illich, Marc Oraison, Neri Pozza, Giacomo Lercaro, Umberto Vivarelli e altri ancora.


(©L'Osservatore Romano 2 marzo 2012)
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Ricordo di Lucio Dalla

Davanti al regista
più grande



di GIAMPAOLO MATTEI
È stato spudoratamente se stesso, nel bene e nel male, in un'epoca in cui si cerca di apparire e basta, prima ancora di essere. Lucio Dalla - scomparso improvvisamente in Svizzera nella mattina di giovedì 1° marzo, all'età di 69 anni - fa parte di una generazione di artisti che sembra non lasciare eredi. Non sono in molti ad avere la stessa voglia di cercare la verità, magari anche sbagliando strada. Ma cercarla distillando la proprie zone segrete per condividerle con la gente.
Non lo conoscevo così bene da poter tracciare un suo profilo. Sicuramente in queste ore quanti gli sono stati vicini, e con lui hanno collaborato, possono contribuire, in modo più preciso, a ricordarlo come merita. Nel mio piccolo posso però condividere qualche ricordo.
Di Dalla porto sempre con me due lampi spirituali. Il primo ha come cornice il sagrato di una chiesa di Bologna. Ci conoscevamo, ma non così bene. Un rapporto iniziato con un'intervista sulle ragioni della fede e poi proseguito proprio perché il tema di quel colloquio non si esaurisce certo con una manciata di domande. Insomma, siamo nel centro di Bologna: mi afferra il braccio, resta un attimo in silenzio, come fosse sospeso in attesa che qualcosa arrivasse da chissà dove, e poi se ne esce con quel "Dio è il più grande regista di tutti i tempi, è insuperabile perché ha ispirato i Salmi, cioè un nuovo modo di comunicare la religiosità che affascina anche chi non crede". Sorpreso, gli chiedo la ragione del suo interesse per i Salmi. La sua risposta rivela che non si tratta della passione di un momento; c'è un lavorìo interiore: "Sono i primi video-clip della storia, sono sceneggiature, come sempre il Signore è avanti".
Così mi è sembrato naturale che, per la casa editrice salesiana Ldc, Dalla abbia messo in musica proprio i Salmi. Ci teneva a dire, lo ricordo bene, che si era accostato a quel lavoro "in maniera laica senza dimenticare di essere credente". Prevenendo l'inevitabile richiesta di chiarimenti, con quel suo fare sempre un po' clownesco, ma con un fondo di fine sensibilità e di spessore umano, mi dice che per lui "sotto ogni forma d'arte c'è Dio e l'arte stessa è un dono divino che unisce la gente e la fa vibrare".
L'incontro davanti alla chiesa bolognese sta per terminare. Dalla ha fretta, lo sta aspettando un impegno di lavoro ed è già in ritardo. Butto là una domanda, solo per strappargli ancora qualche idea: ma i Salmi oggi servono ancora o sono datati? Domanda non da premio giornalistico, ma almeno ha il merito di interessarlo. Ci siamo già dati la mano per congedarci ma si blocca. Guarda l'orologio. Ha fretta ma vince per un istante la voglia di parlare di spiritualità: "Dio non lascia mai indifferenti. I Salmi ti cambiano, non sei più come prima di averli letti. Noi musicisti siamo antenne in una società che sta divenendo sempre più immagine e sempre meno parola. Assistiamo, impotenti, allo svilimento della parola. I Salmi non corrono questo rischio perché sono parola e immagini, un mix che è energia. Dinamite pura".
Secondo lampo. Sempre a Bologna, settembre 1997. Mancano pochi minuti all'esibizione davanti a Giovanni Paolo II, nell'ambito del Congresso eucaristico italiano. Ci sono artisti di prim'ordine, Bob Dylan sopra tutti. Non è un novellino, eppure Dalla è emozionato. Lo si vede. Lo riconosce. "Il Papa è il Papa, non è mica uno scherzo". Ha ragione. Afferro l'occasione per parlare ancora insieme di Dio. E in quel contesto Dalla tira fuori una professione di fede chiara e disarmante: "Sono credente. Credo in tutto ciò in cui si può credere, in Dio come nell'arte, nel mare, nella vita. Credo in Dio perché è il mio Dio. Lo riconosco negli uomini, nei poveri soprattutto, in tutti coloro che hanno bisogno di aiuto. Mi ha sempre colpito la decisione di Cristo di nascere povero. Lui, povero, è il futuro. La fede cristiana è il mio unico punto fermo, è l'unica certezza che ho". Ricordo il suo sguardo e poi un gesto che rivela il suo essere grande uomo di palcoscenico: sicuro di avermi scosso mi fa un inchino, come a dirmi "ecco, era questo lampo di verità che volevi da me, no?".
Credo di non andare troppo lontano dal vero indicando nella figura di Gesù il suo interesse più alto. Ogni volta che l'ho incontrato, era il nome che più ripeteva: "Gesù capiva la gente, i suoi amici erano pescatori, prostitute, persone semplici e povere". Come i personaggi delle tue canzoni, azzardai una volta. Nella sua risposta, sono certo, c'era anche un autoritratto in chiaroscuro: "Non siamo fatti tutti di sacro e profano? Non capita di guardare il cielo e di avere i piedi nel fango? Ma Gesù è un'altra cosa. Mi ha sempre emozionato il fatto che la persona guarita da Lui stava bene non perché finalmente poteva camminare o vedere ma perché, finalmente, aveva trovato qualcuno che si era identificato con lei, l'aveva capito fino in fondo". La fede, che ho in comune con Dalla, mi porta a credere che la sua speranza oggi sia già certezza.


(©L'Osservatore Romano 2 marzo 2012)
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Dopo le pressioni di un movimento filo-islamico

Non cambierà il logo
la Croce rossa indonesiana


JAKARTA, 1. La Croce rossa indonesiana, meglio nota con l'acronimo Pmi (Palang Merah Indonesia), ha confermato nei giorni scorsi che "non cambierà mai" il tradizionale logo che l'ha resa celebre e la caratterizza in tutto il mondo. La precisazione è una risposta diretta alle critiche rivolte da alcuni esponenti politici del Prosperous Justice Party (Pks), un movimento filo-islamico, secondo cui il simbolo composto da una croce rossa è "fin troppo facilmente identificabile" con la tradizione e con la cultura cristiana.
Una critica rispedita al mittente dai volontari e dagli attivisti che considerano una modifica alla stregua di una "resa agli estremisti" e giudicata "priva di fondamento" anche dall'ex vice-capo di Stato Jusuf Kalla. Muhammad Muas, membro esecutivo della Croce rossa indonesiana, ha ricordato che il logo "è frutto di un accordo sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1949, che Jakarta ha ratificato in via ufficiale ed è tenuta a rispettare. Il simbolo - ha aggiunto Muas - non ha legami con il cristianesimo. L'Indonesia è uno Stato laico, non confessionale basato sui dettami dell'islam. L'Indonesia - ha concluso l'esponente della Palang Merah Indonesia - è una nazione che rispetta il pluralismo".
In passato, a difesa della Croce rossa indonesiana era sceso in campo anche Jusuf Kalla, numero due del Paese, durante il primo mandato di Susilo Bambang Yudhoyono, musulmano devoto e originario delle Sulawesi del Sud. "Dobbiamo essere orgogliosi" aveva sottolineato l'ex leader del partito nazionalista Golkar, durante i festeggiamenti per i 66 anni della Pmi nel settembre del 2011, sottolineando che "essa opera in aree di guerra e in condizioni difficili guadagnando la stima e il rispetto di tutti".
Alla base della proposta di modifica del logo della Palang Merah Indonesia, hanno spiegato alcuni esperti, vi sarebbe il proposito avanzato da alcuni leader ed esponenti del Prosperous Justice Party di "legare" la Croce rossa indonesiana alla Mezzaluna rossa musulmana.


(©L'Osservatore Romano 2 marzo 2012)
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In Portogallo il tema al vaglio della commissione mista

Il taglio delle feste religiose
può attendere


FÁTIMA, 1. Ancora nulla di fatto in Portogallo per l'abolizione dal calendario dei due giorni di vacanza legati a festività religiose, così come sollecitato dal Governo per fare fronte alle enormi necessità legate alla crisi economica internazionale. La materia è ancora oggetto di valutazione della commissione mista, alla quale partecipano rappresentanti statali e della Chiesa cattolica. E per questo l'attuazione del provvedimento potrebbe anche essere soggetta a possibili ritardi. È quanto ha precisato il segretario della Conferenza episcopale portoghese, padre Manuel Morujão, al termine della riunione mensile del Consiglio permanente. "La cancellazione delle due festività è ancora in discussione", ha detto il religioso, sottolineando come sia necessario compiere un passo per volta.
Lo scorso 2 febbraio il Consiglio dei ministri portoghese ha approvato un disegno di legge contenente modifiche al codice del lavoro, in cui è prevista l'abolizione di due festività civili - 5 ottobre (festa della Repubblica) e 1° dicembre (restaurazione dell'indipendenza) - e di due religiose - Corpus Domini e 15 agosto (assunzione di Maria). Presentando il provvedimento il ministro dell'Economia e dell'occupazione, Álvaro Santos Pereira, ha parlato in quella occasione di "simmetria" nei sacrifici concordati con la Chiesa cattolica. Infatti, l'aumento del numero dei giorni lavorativi è una necessità imposta dalla crisi economica internazionale, che come noto vede il Portogallo tra i Paesi europei più esposti. Necessità su cui Governo e parti sociali hanno convenuto nel "patto per la crescita, la competitività e l'occupazione" siglato il 18 gennaio scorso.
Il ministro dell'Economia ha quindi reso noto che, da parte statale, si procederà alla cancellazione delle festività del 5 ottobre e del 1° dicembre. Quanto alle festività religiose la loro individuazione sarebbe avvenuta - ha precisato il ministro - appunto in modo simmetrico e nel "contesto del Concordato". Una prima riunione della commissione bilaterale si è svolta nei giorni scorsi. La prossima è stata fissata per il mese di aprile. "Non sempre tutto può accadere con la velocità che vorremmo", ha detto il segretario dell'episcopato lusitano, per il quale non è scontato che la cancellazione delle festività debba entrare in vigore già quest'anno. Infatti, considerando che il Corpus Domini non è poi così lontano - la festa nel 2012 cade il 7 giugno - secondo il sacerdote, il Governo potrebbe anche mantenere la festività in calendario almeno per quest'anno. Ogni decisione, ha aggiunto, dovrà comunque anche tenere conto dei sentimenti del popolo portoghese, tenendo presente che le festività religiose "hanno molto a che fare con la vita delle persone, sono elementi della cultura".
Nei mesi scorsi era stato il presidente della Conferenza episcopale portoghese, il cardinale patriarca di Lisbona, José da Cruz Policarpo, al termine dei lavori del Consiglio permanente, ad affrontare pubblicamente il tema della soppressione di alcune festività religiose. Il porporato, anche di fronte a qualche malumore emerso all'interno del mondo cattolico, aveva rinviato a quanto previsto dal Concordato esistente tra Portogallo e Santa Sede. Ricordando appunto che, secondo il testo dell'accordo del 1984, lo Stato riconosce come festivi unicamente le domeniche, mentre il riconoscimento civile delle altre festività cattoliche viene lasciato al raggiungimento di opportune intese.


(©L'Osservatore Romano 2 marzo 2012)
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mercoledì 29 febbraio 2012

Il Quotidiano Osservatore Romano del 1 marzo 2012


Secondo l'Onu sono oltre 7.500 le vittime

Violenze senza fine in Siria


DAMASCO, 29. Mentre dalla Siria giungono drammatiche denunce di persistenti e quotidiane stragi di civili, non danno ancora risultati gli sforzi della diplomazia internazionale, che si conferma divisa, di dare soluzione alla crisi. Di almeno 7.500 morti dall'inizio delle proteste, nel marzo scorso, ha parlato il vice segretario generale dell'Onu per gli affari politici, Lynn Pascoe, in un'audizione ieri al Consiglio di sicurezza. Pascoe ha spiegato di non poter fornire il numero esatto delle vittime delle proteste, ma ha sostenuto che secondo rapporti credibili, in Siria muoiono oltre cento persone al giorno. Pascoe ha sostenuto che le mancate decisioni del Consiglio di sicurezza per "fermare la carneficina" hanno incoraggiato il Governo siriano a ritenere di poter agire "impunemente". Secondo Pascoe, circa 25.000 siriani sono scappati nei Paesi limitrofi mentre gli sfollati interni sono tra i cento e i duecentomila.
Il nunzio apostolico in Siria, l'arcivescovo Mario Zenari, in un'intervista ieri a Radio Vaticana, ha detto che molte delle vittime della repressione sono bambini, almeno cinquecento secondo l'Unicef. Il nunzio ha citato l'uccisione anche di un bimbo di dieci mesi, preso dai militari e fucilato con tutta la sua famiglia in una località vicina a Homs, e quella una bambina falciata da colpi di arma da fuoco mentre partecipava al funerale di un'altra bambina.
Oggi il Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, riceverà a New York il suo predecessore, Kofi Annan, che ha nominato inviato speciale per la Siria, per definire le prossime mosse da intraprendere per fermare il massacro. Anche la responsabile dell'ufficio dell'Onu per gli affari umanitari, Valerie Amos, è pronta ad andare a Damasco per negoziare l'accesso degli aiuti umanitari alla popolazione non appena le verrà permesso dalle autorità siriane di entrare nel Paese.


(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2012)
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Negli inni di sant'Efrem di Nisibi

Oggi digiunano bocca e cuore



di MANUEL NIN
Gli Inni sul digiuno di Efrem di Nisibi sono una decina di testi poetici con una chiara unità tematica che ne fa quasi un unicum: il loro nucleo ispiratore comune è costituito infatti dal digiuno considerato sotto angolature diverse. Anzitutto si mette in luce il modello osservato in Cristo per quaranta giorni nel deserto: "Questo è il digiuno del Primogenito, l'inizio dei suoi trionfi. Rallegriamoci della sua venuta! Con il digiuno, infatti, egli ottenne la vittoria, sebbene in ogni modo potesse ottenerla. A noi mostrò la forza che è celata nel digiuno, che vince tutto. Con esso, infatti, si sconfigge colui che, con il frutto, sconfisse Adamo: pure con avidità l'inghiottì! Benedetto sia il Primogenito, che eresse il muro del suo grande digiuno attorno alla nostra debolezza".
Come esempi di digiunanti molti personaggi dell'Antico Testamento sono presentati sia come modelli per i cristiani sia come figure e precursori di Cristo stesso. Nello stesso tempo, per esaltare il digiuno come un "frutto bello" - che può tuttavia diventare guasto se non è praticato con la più sincera ispirazione - l'autore si serve anche di immagini tratte da ciò che lo circonda: "Osserva la natura, nel caso in cui siano stati contaminati frutti allettanti in qualcosa infetto! Il nostro senso ne prova disgusto, una volta che siano stati ben lavati". Oppure si avvale di immagini della quotidianità: "Benedetto colui che ci donò un'immagine, in cui, se ben guardiamo, si trova lo specchio per la nostra invisibile unità. Vediamola, miei fratelli, nei simboli delle cose visibili. Osserviamo il caglio: se è immesso nel latte liquido, non cola più la sua liquidità, poiché si rapprende insieme alla forza coagulante".
Nei testi di Efrem scorrono dunque una serie di bellissime immagini che mostrano la sua capacità di guardare e penetrare a fondo il mondo creato, di vederne i simboli in esso celati e di cui servirsi come saggi ammaestramenti: "Esaminate gli effetti della carne su un volatile! Se ne mangia una grande quantità essa fiacca la sua ala appesantendola, ed esso non può volare, come in precedenza. Se l'aquila che vola più in alto di tutti è stata troppo vorace, non può più librarsi nell'aria nel modo di prima. Poiché un organismo leggero con la carne aumenta il suo peso, quanto più uno pesante, che ne mangia, sarà appesantito".
Efrem presenta il digiuno come vittoria di Cristo su colui che vinse a sua volta Adamo col frutto dell'albero. Il digiuno di Cristo stesso nel deserto precederà la sua vittoria contro il nemico, e quindi è l'arma con cui il Signore ottenne la vittoria. La vittoria ottenuta col digiuno deve rendere l'uomo attento a non cadere di nuovo nelle mani del nemico che, con astuzia, getta le sue trappole e tende a sua volta le sue armi: "Non date credito, o semplici, all'Ingannatore, che deruba i digiunanti! Infatti, chi vede astenersi dal pane, l'ingannatore lo riempie di collera; a chi vede in preghiera insinua un pensiero dopo l'altro e, furtivamente, gli sottrae dal cuore la preghiera della sua bocca. Nostro Signore, donaci l'occhio in grado di vedere come quegli derubi la verità con frode".
Il digiuno ancora è presentato come vittoria che porta il cristiano alla purificazione e alla visione di Dio; qui troviamo un tema caro a Efrem e agli autori siriaci posteriori, quello della purezza di cuore che conduce, quale culmine d'un cammino di elevazione spirituale, alla visione di Dio. Questo è il gradino più alto che l'uomo può attingere: "Questo è il digiuno che eleva in alto: sorse dal Primogenito per elevare in alto i piccoli. Per chi è accorto il digiuno è motivo di gioia, vedendo quanto sia stato elevato in alto. Il digiuno purifica invisibilmente l'anima, perché possa contemplare Dio ed elevarsi alla sua visione".
Nello stesso tempo Efrem non esita a biasimare il digiuno compiuto nell'ignoranza, perché non porta alla "visione" ma alla "cecità" chi lo pratica, fino ad uccidere il vero Agnello pasquale: "Venite, ricordiamo, digiunando, cosa fecero gli stolti durante i loro digiuni! A Pasqua uccisero il Signore della Pasqua. Nella festa immolarono il Signore delle feste. Leggevano senza capire e spiegavano senza percepirne il senso! Lessero nelle Scritture; lo appesero sul legno. Le figure nei libri; la verità sul legno. Crocifissero l'Agnello di verità e lo appesero. Lo avevano crocifisso i ciechi, che si accesero d'invidia e, disorientati, errarono. In mezzo ai crocifissori visibili stava una comunità spirituale, invisibilmente".
Inoltre Efrem offre una lettura simbolica dei fatti anticotestamentari alla luce del Nuovo Testamento: "Mosè stava là con le sue braccia stese e il suo bastone sul petto. Stupore sulla cima del monte: steso il braccio e il bastone innalzato, come sul Golgota. Un loro testimone esclamò a loro riguardo: questo simbolo ha vinto Amalek. L'alleanza di Mosè, infatti, era come uno specchio: essa rifletteva nostro Signore. O verità che, anche ai ciechi, gridò: Qui sono io! I ciechi, avendola toccata, videro la luce; i vedenti, avendola scrutata, divennero ciechi, poiché crocifissero la luce".
Il digiuno è maestro, oppure allenatore nella lotta: "Questo è il digiuno istruttore, che insegna all'atleta le mosse della lotta. Accostatelo, praticatelo, apprendete il combattimento accorto. Ecco, egli ci ordinò che la nostra bocca digiunasse e digiunasse anche il nostro cuore. Non digiuniamo dal pane se nutriamo pensieri". Diverse volte Efrem mette in guardia dal falso digiuno, dall'ipocrisia di chi ostenta esteriormente di digiunare, mentre il suo cuore è attaccato al male che non si vede: "L'Isaia eloquente si fece predicatore per biasimare i digiunanti: Grida e proclama! L'orecchio chiuso non si apre che al suono dell'argento! Non digiunare, mentre divori i beni dell'orfano! Non vestire l'abito di sacco, mentre spogli la vedova! Non piegare il tuo collo, mentre soggioghi degli esseri nati liberi! Un digiuno, che fa gemere e opprime, rende manifesti gli idoli che si celano in una tale prepotenza".


(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2012)
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Appello della Croce rossa per prevenire una crisi che minaccia centinaia di migliaia di persone

Il conflitto in Mali
aggrava l'emergenza alimentare


BAMAKO, 29. Si moltiplicano gli appelli a fronteggiare l'emergenza umanitaria nel Sahel e, in particolare, nel nord del Mali, dove la condizione delle popolazioni civili è resa drammatica dal conflitto in atto tra l'esercito governativo e il Movimento nazionale per la liberazione dell'Azawad (Mnla), il gruppo ribelle tuareg che rivendica l'autonomia dell'omonima regione settentrionale del Mali e che lo scorso 17 gennaio ha avviato un'offensiva.
I profughi provocati dal conflitto sono oltre 130.000, per metà sfollati interni, minacciati da una crisi alimentare prospettata già prima dell'esplodere dei combattimenti dai cattivi raccolti di quest'anno. Né a contenere la minaccia basta il fatto che molti sfollati appartengono a comunità di pastori, nomadi, avvantaggiate dal fatto di sapersi organizzare nel deserto, dove possiedono anche alcuni insediamenti utilizzati nel periodo della transumanza. In questo periodo, infatti, i pascoli non sono pronti e anche il bestiame sta soffrendo di questa situazione.
Critica è la situazione anche per i circa 70.000 rifugiati in Niger, Mauritania, Burkina Faso e Algeria. Oltre agli interventi delle agenzie umanitarie internazionali, il Governo di Algeri ha annunciato la consegna di aiuti entro la fine della settimana per i profughi maliani nei vari Paesi di accoglienza. L'Algeria ha anche offerto una propria mediazione tra il Governo di Bamako e i ribelli tuareg, ma questi ultimi non sembrano intenzionati ad accettarla.
Il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) ha lanciato ieri un appello per raccogliere dieci milioni di euro al fine di portare aiuti a 700.000 persone in Mali e in Niger e prevenire una grande crisi umanitaria nei due Paesi. "Le popolazioni in Mali e Niger si trovano ad affrontare una duplice crisi: l'insicurezza alimentare che ha colpito l'intera regione, e i combattimenti nel nord del Mali", ha spiegato Boris Michel, responsabile del Cicr delle operazioni per il Nord e Ovest Africa. Il Cicr vuole poter visitare le persone catturate, assistere i feriti e distribuire viveri, acqua e altri beni di prima necessità.
Il Cicr prevede inoltre la distribuzione di cibo a oltre 240.000 persone, l'acquisto di bestiame a un prezzo ragionevole per preservare la sopravvivenza di 120.000 nomadi, e la distribuzione di semi per aumentare la capacità produttiva di 90.000 agricoltori.


(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2012)
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Ritrovate 147 lettere che D'Annunzio scrisse ad Alessandra Di Rudinì tra il 1893 e il 1907

E Gabriele rispose


Finalmente le pagine del Vate chiariranno i dilemmi che gli scritti di lei lasciavano percepire ma non comprendere

di CRISTIANA DOBNER
Fu veramente un fulmine a ciel sereno quando mi raggiunse il messaggio che, nel suo primo paragrafo, bloccava la monografia, quasi pronta per la stampa, su Alessandra Di Rudinì e Gabriele D'Annunzio. Il secondo paragrafo, dandomi ragione della battuta d'arresto, esplose invece in un'ondata di sole radioso: entro breve tempo avrei avuto a disposizione un ritrovamento eccezionale che avrebbe colmato lacune e offerto chiarimenti autorevoli e irrefutabili.
Era stato messo in vendita dagli eredi Marogna attraverso la mediazione della Casa d'Aste Bloomsbury di Roma il carteggio che tanto aveva fatto parlare e scrivere: chi lo pensava distrutto, chi nelle mani di un'amica fidata che lo avesse sigillato per decenni, chi ancora sepolto negli archivi carmelitani francesi e chi miserevolmente affidato alle fiamme per non lasciare traccia. Ora invece è realmente accessibile, grazie all'intervento del presidente del Vittoriale, Giordano Bruno Guerri che ha saputo conquistare il prezioso cimelio.
La vicenda è intrigante. Esistono gli autografi di Alessandra, focosa e appassionata Nike, amante di Gabriele. Esistevano, però, anche i vuoti delle risposte dannunziane. Da qui tutta la ridda delle supposizioni. Ripercorriamone la vicenda perché, d'ora in poi, si potrà procedere in assoluta parità di botta e risposta. Il corpus ritrovato consta di ben 147 lettere dannunziane, 7 telegrammi, 2 cartoline postali, 1 foto. Le lettere sono risalenti ai diversi anni della loro passionale unione: 23 del 1903; 17 1904; 6 del 1905; 27 del 1906; 14 del 1907. Dove mai sono state conservate? Per dare risposta è necessario riandare agli anni di vita comune della coppia e alla loro divisione dolorosa, per Sandra indubbiamente, meno per Gabriele già consolatosi.
Dopo aver rifiutato di sposare il gran duca di Russia, Alessandra Di Rudinì decide di convolare a nozze con il marchese Marcello Carlotti, così descritto dal fratello Andrea: "piuttosto schivo di compagnia e casalingo (...) è uno che ama i suoi comodi e apparterrà presto - se non lo è - alla categoria di persone che si domanda de' consuetudinari (...). Marcello vive ed esercita il mero e misto imperio", cioè domina a Garda e a Scaveaghe. La coppia si sposa a Roma l'8 giugno 1895 in una cornice da favola, dalla loro unione nasceranno due figli maschi (nel 1896 il primogenito Antonio, nel 1898 il secondogenito Andrea). La giovane donna però deve affrontare la grave malattia del consorte, una tubercolosi che in poco tempo lo porterà alla tomba, così rimane vedova il 29 aprile 1900.
Il primo incontro con il Vate che avrebbe travolto la sua vita avviene a Roma di sfuggita, ma solo nell'ottobre 1903, in occasione del matrimonio del fratello Carlo Emanuele Di Rudinì, di cui Gabriele D'Annunzio è testimone, la conoscenza si approfondisce e, poco dopo, scocca la scintilla della passione. Alessandra, presa dal vortice della relazione, trascurò i figli e ospitò D'Annunzio, alla loro presenza, nel castello dei Carlotti a Scaveaghe, scandalizzando il personale di servizio con il suo comportamento. Perciò successivamente usò un'altra tattica, allontanandoli e mandandoli alla Ca' Bianca dei boschi di Bré. Nel turbinio di una vita lussuosa e disordinata la marchesa aveva pure dilapidato il patrimonio familiare. Il padre di Alessandra, don Antonio Starabba Di Rudinì, agì con due sentenze di inabilitazione (dicembre 1904 e aprile 1905) confermate dalla corte d'appello di Venezia, con la conseguente perdita della patria potestà, come peraltro aveva agito con il figlio Carlo, dedito al gioco e allo sperpero, interdicendolo nel 1894. I due marchesini Carlotti furono prevalentemente affidati a domestici fino all'età in cui il collegio dei gesuiti di Mondragone avrebbe potuto accoglierli, e dove si sarebbero segnalati per lo scarso rendimento scolastico. La loro complessione fisica ereditata dal padre, ben presto, si palesò, infatti si ammalarono di tubercolosi. L'8 giugno 1904 Nike scriveva al suo Gabriel: "Ieri sono andata a Mondragone per vedere i bambini. Il più piccolo è tranquillo e contento, ma Antonio mi ha fatta una grande scena di lacrime; è disperato! Temo si abituerà difficilmente, e mi rincresce tanto!".
Il loro precettore a Scaveaghe, il giovane abbé Gorel, ci ha lasciato una descrizione dei due rampolli: "il marchese Antonio, il più vecchio, dal viso un po' femminile, la fronte inquadrata da una bionda capigliatura, occhi vivi, di una corporatura svelta e slanciata, era il preferito in virtù della sua intelligenza e delle sue qualità esteriori. Si intravedevano, nel suo aspetto, la finezza propria dei Carlotti, suoi avi paterni. Il marchese Andrea, più giovane di 18 mesi [in realtà 14 scarsi], assai grande ma più solidamente strutturato del fratello, che amava scherzare sul rosso dei suoi capelli tagliati a spazzola, era più confidente, più accessibile ad una direzione educativa. Buon ragazzo, assai indolente di natura, era meglio dotato di sentimenti che di intelligenza. Egli sognava di diventare ufficiale di marina".
Da una lettera di Alessandra - citata dall'abbé Gorel e datata 16 dicembre 1912 - si viene a sapere di una "brusca malattia sopravvenuta al secondo figlio Andrea", quindi in tempi successivi alla professione carmelitana della marchesa, che agì immediatamente: "su consiglio di quattro illustri dottori, son partita per il Sanatorio d'Inner de Sauer Arrosa, tenuto dal celebre dott. Jacobi. Questo sanatorio si trova a 1.800 m. d'altitudine tra Coira e Davosà". Alessandra - divenuta suor Maria del Sacro Cuore - in realtà affidò il figlio alla governante Anna Sorbi e ritornò al suo Carmelo in Francia "dopo di aver fatto tutto il mio dovere", scrive.
Pochi mesi dopo, è Antonio a venire dichiarato malato e a raggiungere il fratello Andrea nel sanatorio di Arosa (Svizzera) prima e di Brunate (Como) successivamente. Eccoci così giunti al professor Marogna [Sorso (SS)1875- Roma 1950], illustre chirurgo e ordinario di Clinica chirurgica presso numerose università italiane (Genova, Parma, Pisa, Sassari e Modena). A Sassari fu rettore negli anni Trenta. I suoi studi sperimentali e le sue scoperte sulla tubercolosi renale lo portarono a Londra e Parigi a svolgere conferenze in merito. Nel primo decennio del 1900, a Pisa, egli incontrò ed ebbe in cura i due figli della marchesa Carlotti Di Rudinì. Con Antonio, in particolare, nacque un'amicizia profonda, che fu spezzata dalla morte prematura del giovane il 25 novembre 1916. A ricordo perenne di quell'amicizia, ebbe un lascito che comprendeva il suddetto carteggio, rimasto celato negli archivi di famiglia fino a oggi. Tra non molto le lettere di Gabriele D'Annunzio chiariranno i vuoti e i dilemmi che i soli scritti di Alessandra lasciavano percepire ma non comprendere.


(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2012)
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I documenti dell'Archivio Segreto per la prima volta fuori dai confini vaticani per la mostra "Lux in arcana"

Rivelarsi con orgoglio e senza remore


Nel pomeriggio di mercoledì 29 febbraio è stata aperta al pubblico a Roma, ai Musei Capitolini, la mostra "Lux in arcana. L'Archivio Segreto Vaticano si rivela". In esposizione, fino al 9 settembre, circa cento documenti che per la prima volta varcano i confini della Città del Vaticano. La mostra - catalogo Palombi (Roma, 2012, pagine 224, euro 14) - è organizzata da Zètema Progetto Cultura ed è curata da Alessandra Gonzato, Marco Maiorino, Pier Paolo Piergentili e Gianni Venditti. Nella mattina la mostra era stata inaugurata da una visita privata del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, accompagnato dai cardinali Raffaele Farina, Jean-Louis Tauran e Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, dal vescovo Sergio Pagano, prefetto dell'Archivio, da monsignor Cesare Pasini, prefetto della Biblioteca apostolica Vaticana, dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e dai ministri italiani Piero Gnudi e Lorenzo Ornaghi. Dal catalogo anticipiamo (in alto a sinistra) la presentazione del cardinale archivista e bibliotecario e, a destra della foto, quella del vescovo prefetto dell'Archivio

di RAFFAELE FARINA
Come archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa ho il raro piacere di poter salutare una mostra che non riguarda soltanto una istituzione vaticana, sia pur essa prestigiosa come l'Archivio Segreto Vaticano (che celebra così il suo quarto centenario di attività), ma anche un'istituzione cittadina romana di altrettanto prestigio, i Musei Capitolini, presso i quali avrà sede per circa sette mesi l'esposizione.
Documenti pontifici assai antichi e preziosi, così come significative carte della vita della Chiesa nel mondo escono per la prima volta dall'ambito Vaticano e si aprono alla visione dei visitatori sul Colle Capitolino, sede tradizionale del Governo di Roma, che tanti legami ha con il papato romano.
Alla base del progetto della mostra vaticana al Campidoglio vi sono legami storici e di idealità. "L'Archivio Vaticano si rivela" - recita il sottotitolo della mostra - e si rivela al centro dell'urbe, a tutti gli appassionati e anche i curiosi; si rivela per quello che è, tramite uno spaccato esemplificativo della sua ricchissima documentazione.
Si rivela senza remore o timori, anzi con l'orgoglio di un servizio alla Chiesa e alla cultura prestato per ben quattro secoli con indefesso lavoro di custodia, di censimento, di cura, di progresso della ricerca sempre più avanzata.
Si rivela come ambito culturale, come richiamo affascinante alla memoria del nostro passato, del passato della Chiesa, di imperi, di regni, di ducati, di repubbliche. Sprone a innalzare il livello della conoscenza oltre il vuoto stereotipo a cui purtroppo conduce, se non erro, molta della cosiddetta cultura di massa corrente.


(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2012)
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Messaggio del cardinale Ouellet per la Giornata ispanoamericana nelle diocesi spagnole

Impegno
e nuova evangelizzazione


MADRID, 29. La secolarizzazione che avanza, l'ostilità contro la presenza della Chiesa e il suo messaggio, la corrente edonistica e relativistica della società del consumo e dello spettacolo che "tende a spostare e a sradicare la cultura cristiana delle popolazioni". La trasmissione della fede è diventata un compito arduo e "non basta più fare appello alle radici cristiane". Oggi, la Chiesa in Spagna e la Chiesa in America affrontano sfide simili; la loro ricca tradizione cattolica corre il rischio di "una graduale erosione". Occorre per questo "attualizzare, riformulare e rivitalizzare la tradizione cattolica, radicandola più profondamente nei cuori delle persone, nella vita delle famiglie e nella cultura dei popoli, affinché risplenda come bellezza di verità, promessa di felicità e novità di una vita più umana per tutti". È uno dei passaggi più significativi del messaggio scritto dal cardinale Marc Ouellet, presidente della Pontificia Commissione per l'America Latina, in occasione della Giornata ispanoamericana nelle diocesi spagnole, che si celebra domenica 4 marzo.
Nel documento, intitolato Comprometidos con América en la nueva evangelización (Impegnati con l'America nella nuova evangelizzazione) e ripreso anche da Radio Vaticana, il porporato ricorda che l'indipendenza dei Paesi latinoamericani, raggiunta circa duecento anni fa, "non è stata in alcun modo una rottura con la ricchezza che la Spagna ha prodotto nel campo della lingua, della cultura e della religione". In tal senso, i destini delle due aree geografiche "sono indissolubilmente uniti" e, quindi, per Ouellet, "bisogna rafforzare la cooperazione spirituale, personale ed economica tra le Chiese di America Latina e Spagna". Ciò riguarda precisi vincoli sociali di solidarietà, gli scambi culturali, la comunione e la collaborazione, vale a dire "tutto ciò che serve per propagare e sostenere la trasmissione della fede, come sfida principale della nuova evangelizzazione". Di qui l'invito del cardinale alla Chiesa spagnola a intensificare l'impegno missionario con le Chiese dell'America Latina (attualmente l'Opera di cooperazione sacerdotale ispanoamericana della Conferenza episcopale può contare su 354 presbiteri diocesani spagnoli distribuiti in tutti i Paesi latinoamericani, oltre a religiosi, religiose e laici). I modi possono essere tanti: per esempio, "aprendo il cuore alle famiglie e alle comunità di immigrati latinoamericani che vivono in Spagna", le quali, fedeli alla tradizione cristiana, necessitano di "vicinanza colma di carità, di evangelizzazione e di catechesi"; oppure "riconoscendo il prezioso servizio prestato dalle università e dagli istituti superiori di teologia che, in Spagna, accolgono i sacerdoti latinoamericani". Il presidente della Pontificia Commissione invita a sostenere i presbiteri provenienti dall'America Latina, oltre a rinnovare "la memoria del meraviglioso spettacolo di santità e comunione ecclesiale vissuto durante la Giornata mondiale della gioventù a Madrid", anche in vista del prossimo incontro che si terrà a Rio de Janeiro nel 2013. Il cardinale, nel messaggio, sottolinea che circa l'80 per cento dei latinoamericani è battezzato e la Chiesa cattolica continua a essere una delle istituzioni che suscita maggior fiducia e credibilità nelle popolazioni. E questo "è frutto della fecondità della prima evangelizzazione, della profonda inculturazione della fede nella vita di quei popoli e del radicamento secolare del cristianesimo". Tutto ciò, aggiunge Ouellet, nonostante "negligenze e carenze nell'evangelizzazione, una cura pastorale e catechetica molte volte insufficiente, aggravata dalla scarsità di sacerdoti".


(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2012)
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Richiamo della Conferenza episcopale sul diffondersi dell'illegalità anche tra le forze dell'ordine

Va interrotta la spirale di violenza in Honduras


TEGUCIGALPA, 29. Si fa ogni giorno più urgente la necessità di un controllo e di "una pulizia rapida ed efficace" tra i ranghi della polizia nazionale: la richiesta, espressa attraverso un comunicato pubblicato di recente, è dei vescovi dell'Honduras. Nel testo, intitolato "In difesa della vita", i presuli compiono un'ampia riflessione sulla criminalità che sta dilagando in questo Paese, considerato il più violento dell'America centrale. Una situazione che sta interessando e "contagiando" anche diversi e importanti settori delle forze dell'ordine.
Prendendo spunto dall'incendio che, il 14 febbraio scorso, ha provocato la morte di oltre trecentocinquanta detenuti nel carcere di Comayagua, i vescovi sottolineano che "la Polizia di Stato è stata duramente coinvolta in atti illegali, alcuni davvero terribili, commessi da membri di questa istituzione". Tali azioni, per i presuli, sono avvenuti come "conseguenza dell'impunità" che gode la Polizia e della mancanza di risposta da parte dello Stato alle giuste e motivate richiesta fatte da tante associazioni di cittadini. Nel documento, i presuli honduregni affermano che in questi atti illegali non tutti i membri della Polizia sono rimasti coinvolti. Tuttavia, gli appartenenti all'episcopato manifestano la loro profonda preoccupazione per la fragilità che ha colpito questa istituzione, fondamentale per la tutela della legalità e anche responsabile della vita e della sicurezza di tutti i cittadini.
Inoltre i vescovi osservano che la violenza, errata reazione umana dinanzi a certe aggressioni, è, nell'attuale situazione, il risultato di "promesse non mantenute da parte dei membri della classe dirigente e delle politiche di partito, che finora hanno portato beneficio a pochi e che, comunque, vanno contro la maggioranza".
Nella nota viene denunciata la situazione del Paese con parole che hanno un significato univoco. Secondo i presuli "si sta costruendo una cultura che giustifica la condotta violenta perché non si è ancora capaci di condannare il maschilismo, perché la violenza è considerata una conseguenza della concorrenza sociale, perché si ritiene che essa parta dal rifiuto espresso dai gruppi sociali".
Per i presuli, il problema della violenza in Honduras "richiede una seria riflessione" da parte di tutti i cittadini perché "il cattivo esempio che viene fornito da alcuni modelli familiari negativi, e anche aggressivi, a lungo andare si traduce in un atteggiamento violento che sta portando a una cultura che giustifica certi comportamenti particolarmente aggressivi".
Questa situazione - hanno ribadito i membri della Conferenza episcopale dell'Honduras - sta causando uno stato di allerta generale in tutte le componenti della società. I presuli hanno osservato che ci sono fondati motivi "per temere il rinnovarsi degli episodi di violenza non solo tra la popolazione carceraria, ma tra la popolazione dell'Honduras in generale".
Per i vescovi del Paese, "molti cittadini si sentono anche aggrediti da coloro che sono membri corrotti all'interno delle forze di sicurezza dello Stato". La Conferenza episcopale auspica che si possa arrivare a costruire una "cultura di pace" in Honduras, e per questo motivo hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione di tutti i fedeli grazie anche all'aiuto di quanti nella Caritas sono impegnati nell'ambito della pastorale sociale.


(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2012)
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martedì 28 febbraio 2012

Il Quotidiano Osservatore Romano del 29 febbraio 2012


La sollecitudine del Papa in una lettera del segretario di Stato

Per il futuro dei cattolici in Bosnia ed Erzegovina


Lunedì 30 e martedì 31 gennaio, nell'arcivescovado di Sarajevo, si è svolta la quattordicesima riunione congiunta della Conferenza episcopale di Bosnia ed Erzegovina (Cebe) e della Conferenza episcopale croata (Cec). Essa è stata presieduta da monsignor Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, e da monsignor Marin Srakic, Arcivescovo di Ðakovo-Osjek.
All'assemblea hanno partecipato tutti i vescovi della Bosnia ed Erzegovina e diciannove della Croazia. Monsignor Komarica ha salutato in modo particolare i vescovi che partecipavano per la prima volta alla riunione congiunta: monsignor Mate Uzinic, vescovo di Dubrovnik; monsignor Tomo Vuksic, ordinario militare di Bosnia ed Erzegovina; e monsignor Drazen Kutlesa, vescovo coadiutore di Porec i Pula.
Alla riunione ha partecipato anche l'arcivescovo Alessandro D'Errico, nunzio apostolico in Bosnia ed Erzegovina, il quale durante la solenne celebrazione del 30 gennaio nella cattedrale di Sarajevo, tra l'altro ha indirizzato ai vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli le seguenti parole: "In particolare, come sapete, qui in Bosnia ed Erzegovina ci stiamo confrontando con una questione molto delicata, che riguarda il futuro stesso della fede cattolica nel Paese. Com'è stato ripetuto più volte, purtroppo da un po' di tempo i dati statistici che vengono raccolti ogni anno delle curie diocesane, sono tutt'altro che incoraggianti. E così, nella loro lettera pastorale dell'8 dicembre scorso, i Vescovi di Bosnia ed Erzegovina hanno espresso di nuovo la loro preoccupazione per la situazione, pur con tanta fiducia nell'azione dello Spirito di Dio che guida la storia". "In questo contesto, dobbiamo essere molto grati - ha proseguito - al cardinale segretario di Stato per l'importante messaggio che, a nome del Santo Padre, ha inviato ai nostri vescovi qui convenuti. Il cardinale Bertone ha invitato tutti a dare adeguata attenzione a questa "grave questione"; ha suggerito di programmare comuni linee pastorali al riguardo; e, nella parte conclusiva, ha affermato che il Santo Padre auspica che la riflessione collegiale dei vescovi delle due Conferenze episcopali possa contribuire ad ispirare utili iniziative, per far sì che il popolo croato sia in grado di continuare a svolgere la sua missione ecclesiale in Bosnia ed Erzegovina, e a offrire il suo prezioso contributo per la vita civile del Paese".
I lavori della conferenza sono stati caratterizzati dalla riflessione su questa lettera-messaggio, che il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato di Sua Santità, ha indirizzato ai vescovi della Bosnia ed Erzegovina e della Croazia, a nome del Santo Padre.
I presuli, con grande riconoscenza, hanno visto in questa lettera un ulteriore segno della particolare sollecitudine del Santo Padre per la Chiesa in Bosnia ed Erzegovina. In effetti, anche a una prima lettura si può notare il vivo interesse del Romano Pontefice per i cattolici in Bosnia ed Erzegovina, di cui la stragrande maggioranza è di nazionalità croata, e perciò l'invito ad intraprendere iniziative comuni da parte di entrambi gli episcopati in favore della comunità cattolica in Bosnia ed Erzegovina.
"Questa Riunione Congiunta - si legge nella lettera - è un segno ulteriore dell'unità della Chiesa cattolica in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina. Si tratta di un'unità fatta non solo di affectio collegialis, ma anche di comune visione del ruolo, delle responsabilità e delle attività della Chiesa. Essa si alimenta con la medesima devozione al Santo Padre, con il sincero impegno ecclesiale dinanzi alle sfide che il popolo croato si trova ad affrontare nella regione, ed anche con esemplari interventi di solidarietà verso le fasce sociali più povere e bisognose.
"In questo contesto di servizio collegiale al popolo di Dio, sono certo - prosegue il cardinale - che nella Riunione sarà data adeguata attenzione alla grave questione del futuro del popolo cattolico in Bosnia ed Erzegovina, al fine di programmare comuni linee pastorali".
Il motivo di questo speciale interesse per i cattolici in Bosnia ed Erzegovina è soprattutto la loro tragica realtà demografica: la presenza cattolica in Bosnia ed Erzegovina diminuisce ogni giorno di più, e se non si riesce ad arrestare questo processo, potrebbe scomparire del tutto fra qualche decennio. Nella lettera, vengono presentate le cause di tale situazione.
"Purtroppo, come ben sapete, i dati - scrive il segretario di Stato - sono allarmanti: dai circa 800.000 cattolici del 1991 si è passati ai circa 440.000 di oggi; in parecchie Parrocchie sono rimasti solo pochi anziani; secondo le statistiche annuali delle Curie Diocesane, il numero dei cattolici non cessa di diminuire. Le cause di questo triste fenomeno sono note: la guerra degli anni '90 ha prodotto gravi perdite in vite umane e in strutture ecclesiali; i profughi non sono tornati nel numero sperato; la difficile situazione economica costringe molti giovani a lasciare il Paese, soprattutto per mancanza di lavoro. Ma c'è anche un altro elemento preoccupante, che riguarda il decrescente tasso di natalità e il conseguente calo demografico".
Successivamente il cardinale Bertone invita i pastori della Chiesa a intensificare il loro impegno in favore dei cattolici in Bosnia ed Erzegovina, chiedendo anche iniziative concrete per arginare il fenomeno ancora in atto della emigrazione della popolazione cattolica dal Paese. Si fa anche presente che la Chiesa è aperta alla collaborazione non soltanto con le autorità civili, ma con tutte le persone di buona volontà.
"La gravità della situazione - si legge ancora - richiede che voi, come Pastori e primi responsabili del popolo di Dio in codesta regione, di comune intesa intensifichiate il vostro impegno per il futuro della Chiesa in Bosnia ed Erzegovina. Si devono combattere lo scoraggiamento e la rassegnazione e si deve incoraggiare il personale coinvolgimento nella questione della sopravvivenza. È necessario anche adoperarsi per migliorare le condizioni di vita di tutti gli abitanti, e in particolare dei giovani, che hanno bisogno di posti di lavoro per poter restare in Bosnia ed Erzegovina. Per realizzare questi importanti scopi, la Chiesa non mancherà di collaborare con le Autorità civili e con tutte le persone di buona volontà".
È molto significativo che nel suo auspicio per i croati cattolici di Bosnia ed Erzegovina, il Santo Padre indichi ai vescovi anche il ruolo che essi esercitano per il bene comune di tutto il Paese, ovviamente senza dimenticare la loro missione ecclesiale. E ciò perché i cattolici vogliono impegnarsi non soltanto per la propria comunità, ma per tutta la società in cui vivono.
"Il Santo Padre - riferisce la lettera del cardinale Bertone - auspica che la riflessione collegiale dei Vescovi delle due Conferenze Episcopali contribuisca ad ispirare utili iniziative, per far sì che il popolo croato possa continuare a svolgere la sua missione ecclesiale in Bosnia ed Erzegovina e ad offrire il suo prezioso contributo per la vita civile del Paese".
In tale contesto, i presuli della Bosnia ed Erzegovina hanno ringraziato i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli laici della Croazia, per l'aiuto che essi hanno sempre dato ai fedeli cattolici in Bosnia ed Erzegovina. Tutti i presuli radunati a Sarajevo, ispirati dalla lettera-messaggio del segretario di Stato di Sua Santità, hanno riflettuto su come intensificare la loro sollecitudine per il futuro della Chiesa in Bosnia ed Erzegovina. Inoltre, hanno manifestato la necessità di un impegno a tutti i livelli affinché ogni popolo e ogni cittadino, in ogni parte della Bosnia ed Erzegovina, abbiano gli stessi diritti. I vescovi hanno espresso la speranza che in questo spirito possano lavorare anche le autorità della Croazia: Governo, Parlamento e Presidenza; come pure la Presidenza, il Consiglio dei Ministri e l'Assemblea parlamentare della Bosnia ed Erzegovina. Nello spirito del messaggio-lettera del cardinale Bertone, i vescovi hanno assicurato che continueranno a "collaborare con le Autorità civili e con tutte le persone di buona volontà", per migliorare la situazione "allarmante" dei cattolici in Bosnia ed Erzegovina.


(©L'Osservatore Romano 29 febbraio 2012)
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La minoranza cristiana in Terra Santa

Tutto dal niente



di FRANCESCO VENTORINO
Ancora una volta sono stato in Terra Santa, alla guida di un piccolo popolo cristiano. L'impressione più forte che si ha in quei luoghi deriva dal metodo di Dio, che fa tutto dal niente. Una targa di nessun conto è deposta sui resti di una casa, in realtà una grotta; eppure si tratta, secondo gli archeologi, della dimora della Madonna. In apparenza, insignificante. Verbum caro hic factum est ("il Verbo si è fatto carne qui"). Nella povertà assoluta di quel luogo l'umiltà di una ragazza ebrea, che nutriva la coscienza del proprio niente, ha accolto colui al quale tutto è possibile. È così che Maria è divenuta l'inizio della creazione nuova, operata da suo figlio Gesù, vero uomo e vero Dio. I veri protagonisti della storia sono segnati dalla coscienza della propria pochezza; e dalla fiducia nell'onnipotenza di Dio.
Questo sentore di un'abissale sproporzione si rinnova quando si incontra la comunità cristiana che oggi vive in quella terra; una comunità esigua rispetto alla intera popolazione di Israele e dei Territori palestinesi. Una sparuta minoranza, i cristiani. Eppure, essi custodiscono la verità sull'uomo e sulla storia, e quindi sul destino ultimo della loro patria. Il cristianesimo, infatti, là più che altrove, risulta il luogo nel quale l'umano è esaltato nella sua totalità.
In opposizione a questo modo di fare di Dio si erge nella storia il potere. Che ride di coloro che vogliono vivere sino in fondo della fede cristiana; e al tempo stesso teme soprattutto quel tipo d'uomo. E si sforza di addomesticarlo.
Proprio in Terra Santa si giocano in modo emblematico le sorti dell'umanità. Là si fa radicale l'alternativa tra la carità e la logica del mondo. I cristiani edificano scuole e ospedali, e vi accolgono tutti; hanno fatto persino una università a Betlemme dove la maggioranza degli studenti sono musulmani. Si aiutano, inoltre, fra di loro nell'affrontare il problema della casa e del lavoro, divenendo così un paradigma di quella che potrebbe essere l'intera società. Coloro che cercano invece con la violenza e l'astuzia la soluzione di una drammatica contraddizione tra popoli diversi, in questo modo non fanno che perpetuarla.
Una soluzione politica va certo individuata, e con urgenza; ma se non fosse informata dalla carità per la persona, si risolverebbe in una ulteriore ingiustizia, persino più grande di quella che pretende sanare. Pur afflitte da divisioni secolari, le confessioni cristiane costituiscono dunque un punto di riferimento indispensabile per l'intera società israeliana e palestinese. La scarsità dei suoi testimoni non toglie nulla alla presenza di Cristo; anzi, il Signore agisce proprio attraverso quei suoi strumenti così dimessi, con cui percuote e richiama ogni uomo.
Dalla Terra Santa i cristiani ritornano con una comprensione migliore del mistero della Chiesa, sacramento di salvezza per tutti gli uomini e con un avvertimento più acuto della propria responsabilità nella storia, responsabilità che non può essere schivata in nome della propria debolezza. Dio ci fa capaci di portarla, lui che fa tutto dal niente.


(©L'Osservatore Romano 29 febbraio 2012)
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Via libera al secondo piano di aiuti ma per Standard&Poor's la Grecia si trova ormai a un passo dal default

Berlino dice sì ad Atene


ATENE, 28. La Grecia incassa il sì di Berlino riguardo al secondo piano di aiuti, ma alla bella notizia ne segue un'altra meno buona. Secondo Standard&Poor's (S&P), Atene si trova ormai a un passo dal default. Ieri, dunque, il Parlamento tedesco ha approvato, con un larghissimo margine, il secondo pacchetto di salvataggio. Il Governo ha dovuto contare sull'appoggio dell'opposizione socialdemocratica e verde per far passare la misura. Il voto, che ha visto diciassette contrari, tre astenuti e sei assenti fra i deputati della maggioranza, potrebbe avere delle conseguenze sul piano politico in Germania, rilevano gli osservatori, con riferimento alla tenuta della coalizione che sostiene il cancelliere tedesco Angela Merkel.
In merito al declassamento stabilito da Standard&Poor's, il ministero delle Finanze greco ha detto oggi che questa misura non ha alcuna incidenza nel settore bancario. In un comunicato, il dicastero fa presente che "come previsto. S&P ha proceduto al downgrade della Grecia a selective default". Una decisione, prosegue la nota, che "arriva dopo l'inserimento da parte del Governo greco di clausole di azione collettiva (Cacs) in relazione alla proposta di ristrutturazione del debito sovrano rivolta ai creditori del settore privato". La mossa di Standard&Poor's era stata "preannunciata" e tutte le sue conseguenze "erano state previste" grazie alle decisioni prese dal Consiglio europeo e dall'Eurogruppo, ha tenuto a precisare il ministero delle Finanze greco. Certo è che se da un lato, dopo il via libera del Parlamento tedesco, la Grecia adesso può tirare un sospiro di sollievo, dall'altro vi è la constatazione di una situazione che rimane molto delicata. Il default è dietro l'angolo, e la tensione, anzitutto sul fronte dei mercati, è palpabile.
Intanto oggi si riunisce il Consiglio dei ministri greco, convocato dal primo ministro Lucas Papademos. E comincia per Atene una cruciale maratona di quattro giorni, durante i quali dovranno prendere importanti decisioni per l'attuazione del nuovo pacchetto di aiuti concesso alla Grecia. Nei prossimi quattro giorni, infatti, dovranno essere preparate decine di circolari che regolano, fra l'altro, la chiusura dei primi enti statali ritenuti "inutili", la riduzione della spesa pubblica, la privatizzazione di alcune imprese a partecipazione statale.
In sostanza, nei prossimi giorni il Governo greco, rilevano gli analisti, è chiamato a dimostrare ai suoi creditori che questa volta fa sul serio. In vista del dibattito in Parlamento sulla legge che prevede la riduzione delle pensioni (previsto per oggi pomeriggio) il premier greco intende spiegare ai suoi ministri la gravità della situazione, nonché la necessità che ogni ministero promuova senza ritardi gli impegni assunti dal Governo con la firma del nuovo pacchetto. La riunione del Consiglio dei ministri è importante anche per un altro motivo che, oltre alla salvezza dell'economia del Paese, riguarda anche il sistema politico. Dalla votazione di oggi, infatti, dipende anche il futuro dei parlamentari espulsi dai due maggiori partiti durante il voto in Parlamento del nuovo piano avvenuto due settimane fa. Antonis Samaras, il leader di Nea Dimocratia (centro destra), ha già fatto intendere che il ritorno degli espulsi dipende dal loro comportamento durante le prossime votazioni in Parlamento delle leggi collegate con l'attuazione del nuovo programma. E stamane, intanto, la Banca centrale europea ha comunicato, in una nota, la decisione di sospendere temporaneamente "l'idoneità degli strumenti di debito emessi o pienamente garantiti dalla Repubblica ellenica per l'utilizzo come garanzie nelle operazioni di politica monetaria". Una decisione, spiega l'Eurotower, che "tiene conto del rating del Paese" dopo l'accordo per il coinvolgimento del settore privato nel salvataggio. I requisiti di liquidità delle banche saranno garantiti, afferma nella nota la Bce, dalle banche centrali nazionali attraverso l'Emergency Liquidity Assistance, lo strumento che fornisce liquidità d'emergenza. I titoli di Stato greci, conclude la Bce, "torneranno a essere idonei in linea di principio una volta che sarà attivato lo schema di rafforzamento del collaterale deciso dai capi di Stato e di Governo dell'eurozona il 21 luglio 2011, e confermato il 26 ottobre successivo, insieme a numerose altre misure volte ad assistere la Grecia nel suo programma di aggiustamento. Questo - si legge nella nota - dovrebbe avvenire entro la metà di marzo 2012".


(©L'Osservatore Romano 29 febbraio 2012)
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Alla vigilia della seconda operazione di finanziamento

Draghi chiede alle banche
di riaprire i rubinetti del credito


CITTÀ DEL MESSICO, 28. Riguardo alle prospettive della seconda fornitura di liquidità all'1 per cento al sistema bancario, il presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi ha affermato: "Con la prima operazione di finanziamento a tre anni da parte della Banca centrale europea, le banche hanno soddisfatto le loro necessità di provvista fondi. Ora ci aspettiamo che con la seconda siano più inclini a espandere il credito all'economia reale". Secondo indagini svolte dalle agenzie di stampa internazionali, l'importo che le banche richiederanno non dovrebbe discostarsi molto dai 489 miliardi di euro concessi a circa cinquecento istituti nell'asta di dicembre (anche se le previsioni variano su uno spettro molto ampio). Rilevano gli analisti che in questa operazione vengono ammessi, per la prima volta, anche i prestiti bancari concessi in sette Paesi, che hanno aderito all'ampliamento dei requisiti varato dalla Bce per facilitare l'accesso delle banche medio-piccole.
A conclusione delle riunione dei ministri finanziari e dei governatori del G20 a Città del Messico, Draghi ha affermato che l'operazione di dicembre "ha contribuito a ridurre drasticamente l'instabilità finanziaria". Il G20 ha pienamente concordato con questa valutazione.
Il presidente della Bce ha detto che c'è stato "un ritorno della fiducia nei mercati finanziari e nell'euro". Quindi ha aggiunto: "L'Europa è oggi un posto più sicuro dove investire". Draghi ha ribadito il giudizio più volte espresso di recente sull'economia dell'eurozona, secondo cui, dopo un quarto trimestre 2011 molto debole, vi sono timidi segnali di stabilizzazione dell'attività e anche i primi segni di miglioramento: sebbene alcuni Paesi incorreranno comunque in una lieve recessione.
La prima fornitura di liquidità, ha ricordato Draghi, è arrivata in un momento in cui il mercato obbligazionario era chiuso alle emissioni bancarie e una delle categorie più importanti di investitori, i fondi del mercato monetario americani, avevano abbandonato le banche europee. Oggi le banche hanno ricominciato a emettere obbligazioni non garantite e i fondi statunitensi hanno ripreso a investire, mentre gli spread si sono ridotti. Draghi ha osservato che buona parte dell'operazione di dicembre è stata gestita dalle banche per rimborsare bond in scadenza per 230 miliardi di euro nel solo primo quadrimestre.
Il presidente della Bce ha osservato che è difficile dire quando potrà avvenire una ripresa del credito. Al riguardo ha ricordato che l'ultima indagine della Bce si è svolta prima che si potessero misurare gli effetti della prima operazione di finanziamento. Ieri a Francoforte sono stati diffusi dati relativi al mese di gennaio. Essi mostrano che qualcosa si sta muovendo. Il credito netto alle imprese è calato di un miliardo di euro, dopo il crollo di 35 miliardi a dicembre, mentre quello alle famiglie è cresciuto di otto miliardi. E ieri, per la prima volta da un anno, il tasso a tre mesi sull'interbancario è sceso sotto l'1 per cento del rifinanziamento della Bce.
Le cifre, osservano gli analisti, mostrano che le banche hanno utilizzato a gennaio i fondi ottenuti da Francoforte per l'acquisto di titoli di Stato. Infine Draghi ha respinto le critiche secondo cui garantendo liquidità alle banche si stiano creando rischi per il futuro. Le banche, secondo il presidente della Bce, sono ben avviate nel rispetto delle richieste formulate dall'European banking authority.


(©L'Osservatore Romano 29 febbraio 2012)
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Folle di spettatori in fila per vedere Leonardo a Madrid, Londra e a breve Parigi

Tour europeo
per il genio da Vinci



di ALESSANDRO SCAFI
Al Museo del Prado di Madrid, subito dopo l'apertura, ogni giorno si forma una piccola folla di fronte a un dipinto. Tutti vogliono vedere da vicino la copia della Monna Lisa di Leonardo appena restaurata. Per centinaia di anni è stata appesa a quella parete, accanto ad altri dipinti italiani, nella quasi indifferenza generale perché considerata copia mediocre. Ora il restauro ne ha messo in evidenza la qualità: per esempio sullo sfondo, scuro per secoli, si può finalmente ammirare il paesaggio.
Il restauro, durato due anni, è stato intrapreso in vista dell'imminente mostra dedicata a Leonardo dal Museo del Louvre. Il 13 marzo la Gioconda spagnola andrà a Parigi per essere ammirata accanto all'originale. Intanto l'analisi radiologica ha rivelato che il suo anonimo autore ha eseguito le stesse modifiche notate nella Monna Lisa del Louvre. Il che significa che doveva essere un allievo di bottega di Leonardo e che copiava l'originale proprio mentre il maestro provava a catturare nei colori il famoso sorriso. Si tratterebbe quindi della più antica copia conosciuta della Monna Lisa leornardesca, importante perché eseguita insieme all'originale, di cui presenterebbe dettagli ora non più visibili. Dopo la mostra parigina la Gioconda spagnola tornerà al Prado, ma i responsabili della galleria madrilena stanno già considerando di trasferirla in un ambiente più spazioso, nel caso dovesse continuare ad attrarre folle così numerose. È probabile.
La mostra da poco conclusa a Londra su Leonardo da Vinci, Painter at the Court of Milan, ha avuto un successo straordinario. Prima dell'apertura, all'inizio di novembre, i biglietti erano stati tutti già venduti fino alla fine di dicembre e chi voleva entrare ha dovuto mettersi in fila fin dal primo mattino per essere tra i cinquecento visitatori ammessi ogni giorno: centottanta ogni trenta minuti. Lunghe file di persone hanno sfidato il freddo a Trafalgar Square per conquistare un biglietto. Dopo una media di due ore ottenevano il tagliando per entrare circa cinque ore dopo. È stato deciso di aprire anche la sera e i fine settimana per venire incontro alla massa enorme di aspiranti visitatori. Stessa febbre anche a gennaio. I visitatori che sono riusciti a entrare sono stati 323.897. Un vero e proprio innamoramento di massa.
La mostra lo meritava. Dopo le ore di fila, i visitatori erano accolti da un bel sorriso di donna disegnato da Leonardo e riprodotto a dimensioni monumentali per decorare l'entrata. La scelta di concentrarsi sugli anni milanesi di Leonardo pittore è stata particolarmente felice. La Milano sforzesca ha costituito per Leonardo la piattaforma ideale per scoprire ed esprimere il suo genio negli anni Ottanta e Novanta del Quattrocento. Sono stati pazientemente radunati da collezioni di tutto il mondo più di sessanta dipinti e disegni del grande artista, insieme a opere dei suoi più stretti collaboratori.
Il curatore Luke Syson ha passato cinque anni a convincere musei e gallerie di tutto il mondo a prestare i loro tesori. A Milano Leonardo esplorava nuovi modi di percezione e rappresentazione artistica del mondo naturale, studiando l'anatomia umana e la dinamica delle emozioni, e in questo modo reinventando iconografie consolidate da secoli. Temi sacri, come la Madonna col Bambino, e motivi profani, come i tanti ritratti di uomini e di donne, si trasformavano completamente quando affrontati dal geniale maestro. A Milano risalgono le due versioni della Vergine delle Rocce (del Louvre e della National Gallery di Londra) che, grazie alla mostra, sono state per la prima volta visibili nello stesso ambiente dopo tanti secoli. L'Ultima Cena è stata rappresentata a Londra da una copia dell'allievo Giampietrino e dai molti disegni preparatori.
Oltre all'entusiasmo dei visitatori, la mostra ha anche ispirato un risveglio di interesse e un riaccendersi del dibattito scientifico. Per esempio all'Istituto Warburg si è tenuto un convegno su Leonardo da Vinci, Painting as Philosophy, al quale hanno partecipato importanti studiosi. Tra gli altri, Alessandro Nova, che ha esplorato la rappresentazione dei movimenti atmosferici nei dipinti di Leonardo, Francesca Fiorani, che ha riesaminato i suoi studi di ottica, e Martin Clayton quelli anatomici. Gli stessi allestitori della mostra, subito dopo la chiusura (il 5 febbraio), hanno organizzato un incontro riservato a esperti di Leonardo invitati da tutto il mondo per un bilancio critico. Nuovi elementi possono sempre emergere, nuove prospettive aprirsi, consolidate certezze essere messe in dubbio.
Chiusa l'esposizione, si apre la stagione dei bilanci. Per questo Luke Syson, curatore anche del catalogo (insieme a Larry Keith e a altri autori), ha voluto - a conclusione dell'evento - rivisitare pubblicamente il lavoro compiuto in una pubblica conversazione, Learning from Leonardo: The End of the Journey. Tra i problemi che impegnano gli storici dell'arte interessati a Leonardo sicuramente il più foriero di controversie è quello delle attribuzioni. Nel luglio scorso Carlo Pedretti ha espresso su queste pagine le sue forti perplessità sull'attribuzione a Leonardo del Salvator mundi esposto alla mostra. In un'incisiva recensione pubblicata su "The New York Review of Books", lo storico dell'arte Charles Hope (già direttore dell'Istituto Warburg) ha messo in evidenza il carattere controverso di alcune attribuzioni, la necessità di comprendere gli esatti rapporti intercorsi tra Leonardo e gli artisti milanesi attivi sotto la sua influenza come Ambrogio de Predis e Giovanni Antonio Boltraffio, e la possibilità offerta dalla mostra di paragonare le opere milanesi di Leonardo a quelle di artisti locali, suoi contemporanei e imitatori, e di apprezzare i disegni associati ai dipinti (la maggior parte provenienti dalle collezioni reali di Windsor). Hope, per esempio, dubita che la Madonna Litta, oggi all'Hermitage di San Pietroburgo, possa essere considerata opera di Leonardo e ha ricordato la storia della committenza della Vergine delle Rocce per rivedere criticamente l'attribuzione della versione londinese, a suo avviso una copia eseguita da Boltraffio. Il critico d'arte Brian Sewell - che ha commentato la mostra in una serie di recensioni e conferenze - ha sottolineato la necessità di più approfondite analisi tecniche di alcuni dipinti esposti.
Dopo aver tratto pubblicamente le sue conclusioni, il curatore Luke Syson ha sintetizzato per noi le sue riflessioni. "Uno degli scopi della mostra è stato quello di studiare i dipinti attribuiti a Leonardo nel loro insieme, per paragonarli con i dipinti di bottega e i disegni preparatori eseguiti da Leonardo e dai suoi allievi. Tanti studiosi sono giunti a conclusioni molto diverse. Personalmente - e questa è veramente soltanto la mia opinione - mi sento ora più sicuro a sostenere che la versione londinese della Vergine delle Rocce sia di mano di Leonardo. Anche le figure e le rocce in primo piano della versione della Madonna dei Fusi ora a Edimburgo, dalla collezione del duca di Buccleuch, sono secondo me opera del maestro".
Quanto poi alla Madonna Litta, "è una questione complicata. Sembrerebbe, e questa - risponde Luke Syson - forse è per me la conclusione più sorprendente, che non sia opera né di Leonardo né di Boltraffio ma di un terzo pittore, quasi certamente Marco d'Oggiono, come ha ben rilevato Antonio Mazzotta nel suo studio sui disegni preparatori. Una conclusione però che non vuole certo negare la bellezza del dipinto o il fatto che, quando fu completato, fu subito considerato opera di Leonardo".
La grazia e la bellezza della Dama con l'Ermellino (il ritratto di Cecilia Gallerani, la fanciulla amata dal duca Ludovico Maria Sforza, mecenate di Leonardo) sono state scelte per il manifesto della mostra e la copertina del catalogo. L'opera è stata prestata dal Museo Nazionale di Cracovia. Gli allestitori hanno posto accanto al dipinto, in grande evidenza, la traduzione inglese di una poesia dedicata al ritratto da Bernardo Bellincioni, tra i più importanti poeti alla corte sforzesca, che è un inno alla bellezza eternata dal pennello del pittore. Nell'immaginazione del poeta la natura era quasi invidiosa di come l'artista fosse riuscito a ritrarre una sua stella, quella bellissima fanciulla i cui occhi rendevano il sole, a paragone, un'ombra oscura. Ma l'opera artistica rendeva Cecilia viva e bella nei secoli, e proprio in questo modo Leonardo e il suo patrono Ludovico avevano invece fatto onore alla natura.
Viene in mente una favola annotata da Leonardo tra le sue carte piene di appunti e disegni. "Vedendosi tutta macchiata dal nero dell'inchiostro, la carta se ne dolse, ma l'inchiostro le fece capire che era proprio grazie alle parole composte sopra di lei che la carta veniva conservata". Carte, tele, tavole sono gelosamente conservate e fatte oggetto di un affascinato, e affascinante, culto collettivo perché un artista del Rinascimento italiano le ha macchiate con il suo ingegno.


(©L'Osservatore Romano 29 febbraio 2012)
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Una parola antica e nuova
per l'umanità di Facebook


Mercoledì 29 febbraio a Padova nell'aula magna della Facoltà Teologica del Triveneto si svolgerà il Dies academicus con cui si inaugura il settimo anno di attività della Facoltà. Anticipiamo le conclusioni della prolusione.

di THOMAS SODING
Dopo duemila anni di cristianesimo, rimane il compito della missione; e rimane anche il compito della catechesi. Depone però a favore del realismo della Chiesa il fatto che oggi si sia riconosciuto anche il compito della nuova evangelizzazione. Forse questa vi è sempre stata, come lascia intuire la lettera agli Ebrei. Al presente essa si rende tuttavia particolarmente urgente là dove opera la secolarizzazione: specialmente nelle metropoli del Nord e dell'Occidente, ma anche nelle campagne, ove si sta dissolvendo la tradizionale simbiosi tra cultura e religione. La secolarizzazione acutizza la situazione, in quanto l'agnosticismo pare convincere la maggioranza delle persone. Questo è un fatto nuovo. Eppure anche la secolarizzazione ha la sua dialettica e Charles Taylor l'ha ben descritta. Essa consiste in un - seppur ambivalente - effetto del cristianesimo stesso, in quanto il Vangelo sa distinguere tra religione e politica, tra fede e cultura. La cultura secolare della modernità ha sviluppato dei propri standard di impegno politico e sociale, che per la Chiesa non sono affatto di scarso interesse: sebbene siano talora irritanti, si rivelano a volte capaci di dare ispirazione. Essa ha anche distrutto molte cose che per tanti erano sacre. Sarebbero però crollate se avessero avuto sufficiente forza interiore? Nel corso della sua visita in Germania del 2011 Benedetto XVI ha proposto in un discorso a Ratisbona la sua tesi provocatoria, secondo cui la secolarizzazione avrebbe anche liberato la Chiesa da privilegi che le avrebbero impedito di occuparsi del suo compito proprio, ovvero dell'annuncio del Vangelo. Allora però le società secolarizzate non possono apparire come delle lande desolate agli occhi della fede; esse rimangono il campo sul quale il seminatore ha sparso il suo seme e che alla fine, anche se per lungo tempo si vedranno solo insuccessi, porterà il suo raccolto sovrabbondante (Marco, 4, 3-9 ). Forse occorrerà solamente - per rendere la parabola secondo le condizioni attuali - un servo che concimi il campo, affinché le piante possano tornare a crescere un po' meglio. Forse oggi ci troviamo nel tempo di quel fico, riguardo al quale il vignaiolo esprime il saggio consiglio di dare ancora una possibilità all'albero che non porta frutti, e di rivoltare e concimare il terreno (Luca, 13,6-9). Vedere la necessità della nuova evangelizzazione significa cogliere un appello al realismo. Essa corrisponde anche all'ammissione che si è potuti giungere ad un indebolimento della fede. E al tempo stesso rappresenta un nuovo inizio. In quale direzione? Una risposta può essere cercata in tre prospettive: si tratta da una parte del "che cosa" della fede; in secondo luogo si tratta del "come" della fede; si pone infine la questione del "dove" della fede. È nota la tensione che sussiste tra fides quae e fides qua; oggi bisogna però forse anche interrogarsi circa la fides quo. Il contenuto e la forma della fede vanno insieme; la fede necessita però anche di un luogo, per potersi fare concreta.
Ai contenuti della fede si riferisce quell'iniziativa a lungo preparata da parte della Chiesa cattolico-romana di concepire un catechismo universale e di presentarlo in diversi formati: come enciclopedia, come compendio e come breviario per i giovani, lo Youcat. Simili catechismi si sono dimostrati particolarmente importanti in tutte le situazioni di crisi avutesi nella storia della Chiesa: come accertamento della propria identità, come documento di ambizione didattica, come invito a scoprire il vasto mondo della verità dogmatica e morale, comprese le frontiere e i guardrail, gli sviluppi e le decisioni. In ogni caso un catechismo non sottostà unicamente all'esigenza di documentare il contenuto della fede con correttezza e completezza dottrinale. Esso deve anche rispondere alla gerarchia delle verità, che Gesù stesso ha impostato quando ha espresso la propria critica alla halacha dei farisei: "Voi pagate la decima della menta, dell'aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà" (Matteo, 23,23). L'orientamento classico di un catechismo nei confronti del Credo, dei sacramenti, del decalogo e del Padre nostro consente una simile accentuazione. Come questa però vada posta in relazione con l'ampiezza dei 2865 paragrafi, che sembrano rispondere in maniera quasi definitoria a pressoché tutte le singole domande dell'essere cristiano, va spiegato in modo preciso. Decisivo risulta il fatto che il luogo del catechismo venga considerato all'interno della vita di fede e della dottrina di fede. Esso non costituisce mai un fenomeno primario, bensì uno secondario della fede cristiana. Questa ha sin dagli inizi un contenuto chiaro, che richiede una spiegazione: il Dio unico, Padre e Figlio e Spirito Santo, e tutto quanto Dio ha compiuto per la salvezza dell'uomo. Ciò però il catechismo non può saperlo da sé, bensì può solo trarlo dalla Sacra Scrittura, dalla liturgia della Chiesa, dalla tradizione viva di tutti coloro per i quali è sacro il Vangelo, dal servizio ai poveri. I nuovi catechismi cattolici rispettano tale fatto, nella misura in cui mediante immagini e testi tratti dalle fonti delineano il contesto della vita cristiana, entro il quale la dottrina si deve sviluppare. A questo punto però l'ermeneutica della fede deve essere coerente. Ai concetti ed alle formulazioni, alle definizioni e distinzioni, che hanno tutto il loro significato dogmatico, devono aggiungersi anche le storie della fede, i colori e i profumi della liturgia, soprattutto i volti di quegli uomini e donne, che si impegnano per quella fede, che senza di loro nemmeno esisterebbe. Allora la strategia della nuova evangelizzazione non potrà consistere unicamente nella propagazione del catechismo, bensì dovrà piuttosto - come formulava il concilio Vaticano II - apparecchiare in maniera più ricca la "mensa della Parola" (Dei Verbum , 21) e creare nuove possibilità di accedere alla Sacra Scrittura, la prima storia della fede, la fonte originaria della liturgia, la primitiva galleria di persone che hanno creduto. Ciò presuppone un ampio spettro di iniziative di pastorale biblica. Queste non devono limitarsi a fornire informazioni sulla Bibbia, quanto piuttosto introdurre nella stessa. La nuova evangelizzazione consiste in un'alfabetizzazione. Leggere l'intera Bibbia è il suo ambizioso traguardo. Si deve però essere realisti. L'imperativo del momento consiste in una Bibbia per principianti: non una Bibbia che subito ci travolga con 1500 pagine, bensì che renda visibile la struttura dell'insieme, con molte possibilità di accesso nella grande corrente della storia che parte da Adamo ed Eva ed arriva fino a Cristo ed alla comunità dei redenti e nelle numerose correnti e vortici delle storie singole, che forniscono alla grande storia la sua drammatica e concrezione. La lettera agli Ebrei ha stabilito i parametri: essa impiega la Scrittura al fine di trovare un linguaggio della fede; la Scrittura non le interessa però solo in quanto alla lettera, bensì come mezzo per lo Spirito, che rende viva la parola di Dio perché apre le orecchie e i cuori degli uomini.
Se la fides quae viene presentata in questo modo, allora è sin dall'inizio visibile l'intimo legame con la fides qua. Il catechismo in ogni caso presenta la modalità di fede come un sistema di regolamentazione - e non potrebbe fare altrimenti dato il suo genere letterario. Esso va perciò tutelato dall'impressione che l'etica e la spiritualità cristiane si limitino ad un insieme di divieti e precetti. Entrambi, precetti e divieti, sono importanti; essi rientrano sin dall'inizio nelle dinamiche della fede, in virtù della necessità di una chiarezza profetica. La Torah è però indicatore di cammino verso il regno della libertà, mentre il Vangelo è invito ad entrare nel regno di Dio. Per tale ragione i precetti e i divieti convincono solo se diviene visibile il loro orientamento alla gioia di vivere che procede dalla fede, alla gioiosa serietà del gioco liturgico, al premio infinito che è promesso a quanti si impegnano per gli altri, per il Vangelo, per Gesù Cristo (Marco, 8,35ss; 10,29s ). Ciò presuppone a sua volta delle testimoni e dei testimoni viventi della fede. Questi li si trova al presente spesso in comunità spirituali, che hanno in genere un loro stile specifico, motivante e altamente ambizioso. La nuova evangelizzazione deve comunque spingersi fino alle frontiere ed anche al di là delle stesse. Nell'Antico come nel Nuovo Testamento esiste il fenomeno dei profeti stranieri: uomini che dall'esterno guardano ad Israele, a Gesù e ai suoi discepoli, e che a volte riescono a vedere con maggior chiarezza di quanti stanno all'interno. Nell'Antico e nel Nuovo Testamento non vi sono solo i grandi della fede ma anche i piccoli della fede; non ci sono solo quelli che stanno al centro ma anche quelli che si situano ai margini. La nuova evangelizzazione ha bisogno degli esempi positivi di quanti sono in grado di dimostrare come si possa scrutare nel cuore della vita grazie alla fiaccola del Vangelo. Essa ha però anche bisogno degli esempi di coloro che vogliono iniziare con la fede e compiono i primi passi, oppure ancora esitano nel porsi in cammino, ma sono tuttavia divenuti attenti, curiosi, vigilanti. Non è forse giunto il tempo di utilizzare internet per creare una rete globale di simili storie da diverse regioni e culture? Non è forse il Vangelo stesso un facebook? Le persone non mostrano forse sin dall'inizio il proprio volto per rendere plausibile la dimensione umana del mistero divino? Riandando al Nuovo Testamento, questo necessita di una storia della Chiesa, che non tace la ricerca e le domande dei discepoli di Gesù, ma le rende visibili come l'effettivo punto di partenza, che rientra nella credibilità del Vangelo. La lettera agli Ebrei stessa si inserisce in tale storia, perché non depenna nessuno di quanti sono rimasti indietro, bensì intende condurre tutti là dove già si trovano quanti si son fatti convincere della necessità della nuova evangelizzazione: "Voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all'adunanza festosa, e all'assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti ed agli spiriti dei giusti portati alla perfezione" (Ebrei, 12,22s). Ciò non è però successo nell'aldilà bensì nell'al di qua della storia, dato che già qui ed ora si fa l'esperienza della presenza di Dio, l'esperienza della fede. In tal modo viene sollevata la terza domanda: quella circa il "dove" della fede. Ad essa è possibile dare una sola risposta: qui ed oggi. La nuova evangelizzazione ha prodotto una notevole serie di progetti di missione metropolitana: a Colonia, Vienna, Parigi, Budapest, Dublino, Lisbona, Bruxelles, Liverpool, Varsavia, Torino e Barcellona. Ciò spinge a guardare al futuro, perché inizia proprio in Europa, dove la secolarizzazione è più forte, la fede però più importante e la attualità del Vangelo è somma. Per quanto importante sia la tradizione, il caso serio della fede si dà sempre nell'"oggi". E "oggi" la fede non viene solo ricevuta e trasmessa, bensì anche cercata e vissuta.
La città è l'elisir vitale del cristianesimo primitivo e diventerà sempre più importante per la Chiesa anche nel 21° secolo, l'età delle megalopoli. Il cristianesimo urbano deve però anche determinare le forme della nuova evangelizzazione, i suoi mezzi e i suoi soggetti. Quale luogo della fede la città risulta particolarmente di sfida e di ispirazione, perché vi sta di casa la pluralità e la mobilità della modernità. Dal punto di vista della Chiesa esse vengono spesso viste come dei nemici, dei nemici della fede. La pienezza del Vangelo è però in se stessa multiforme; e la fede stessa è una via piena di dinamica. La lettera agli Ebrei riconduce ad unità entrambi gli elementi: la realtà e la trascendenza della città, la motivazione e il fine della fede. "Usciamo quindi verso di lui fuori dell'accampamento, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura" (Ebrei, 13,13s). La nuova evangelizzazione, così intesa, non rappresenta solo un progetto di riforma della Chiesa, bensì del mondo. Se la nuova evangelizzazione riesce a fornire ali alla fede, allora ottiene il medesimo risultato anche per la solidarietà; se rafforza il senso dell'infinito, allora anche il senso per il finito, per ciò che va fatto in questa città, in quanto essa non rimane e per ciò che a tale città va dischiuso, affinché non si chiuda a quell'altra. È tempo di cominciare. È tempo di osare un nuovo inizio.


(©L'Osservatore Romano 29 febbraio 2012)
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Iniziativa dei salesiani in Sicilia

L'e-book entra in classe


CATANIA, 28. L'e-book entra a scuola. Accade in Sicilia, per la prima volta in Italia, nelle classi svantaggiate in obbligo formativo che popolano il mondo della formazione professionale. L'iniziativa è dei salesiani, che in continuità con la proposta "forte e innovativa" del loro fondatore, san Giovanni Bosco, hanno abbracciato con convinzione l'adozione delle nuove tecnologie didattiche per valorizzarne in pieno le potenzialità educative. Infatti, il libro elettronico, nato principalmente per trasferire nel mondo dei nuovi media e dei supporti digitali un'esperienza di lettura analoga a quella del libro a stampa, oggi risulta in grado di veicolare metodologie e contenuti rivolti specificamente al mondo della didattica e della formazione. Il punto di forza dell'e-book, spiega un comunicato della sede siciliana del Centro nazionale opere salesiane - Formazione aggiornamento professionale (Cnos-Fap) sta nella "capacità di superare i limiti del libro a stampa in termini di interattività, flessibilità dei percorsi, ricchezza multimediale dei contenuti". Infatti, oltre a essere uno strumento che permette di leggere libri elettronici e crearli, l'e-book consente di ascoltare musica, telefonare, controllare la posta elettronica, e così via.
Una strada ancora largamente inesplorata in Italia, soprattutto nelle sue regioni meridionali, ma che i salesiani, nonostante le recenti difficoltà congiunturali hanno deciso d'intraprendere già dall'anno in corso, dopo un percorso formativo rivolto ai docenti e agli stessi allievi.
Per presentare l'iniziativa, resa possibile anche grazie al finanziamento del fondo sociale europeo, si svolge domani, mercoledì 29, presso il centro Le Ciminiere di Catania, il seminario regionale "New educational technology. Percorsi didattici innovativi per la formazione professionale in Sicilia". Nell'incontro, al quale prederanno parte esperti del settore, verranno focalizzate le implicanze educative dell'e-book nel variegato panorama europeo. Soprattutto, come viene messo in rilievo in un comunicato, saranno illustrate le "prospettive future nel settore delle nuove tecnologie della didattica dell'apprendimento "mobile", fornendo contenuti esemplificativi, spunti utili alla progettazione, e buone pratiche già realizzate". Aprendo una finestra sul mondo della new educational technology, il seminario regionale - al termine del quale gli iPad verranno consegnati agli studenti - "si propone di avviare processi di ricerca e sperimentazione educativa nell'ambito della didattica innovativa nel territorio siciliano".


(©L'Osservatore Romano 29 febbraio 2012)
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